[Redditolavoro] giornata nazionale di lotta contro i licenziamentipolitico sindacali, per far cadere le montature giudiziarie, contro ognirepressione delle lotte operaie e sociali e delle organizzazioni deilavoratori

afuma at eco.unipv.it afuma at eco.unipv.it
Wed Jan 30 11:08:51 CET 2008


Ciao,
Mi sembra interessante la discussione senza pregiudiziali ideologiche
aprioristiche in corso su lavoro e non lavoro e mi permetto di fare alcune
ossrvazioni al riguardo.
Credo che non sia un caso che in tutte le lingue del mondo l'attività
lavorativa venga indicata con due parole: da noi, la prima deriva dal
latino "labor", ovvero, fatica, dolore, tortura, la seconda dal latino
"opus", per indicare l'attività umana che dà piacere e che crea piacere
(come l'opera artistica o teatrale).
Marx parlava di lavoro concreto, ovvero quel lavoro che produce valore
d'uso, e lavoro astratto ovvero  quello stesso lavoro che teoricamente
produce valore d'uso ma viene piegato alla produzione di valore di scambio
in un contesto di sfruttamento capitalistico (Marx faceva l'esempio del
muratore, quando costruisce liberamente la propria casa per viverci e
quando la costruisce per l'impresa edile).
Si parla anche di lavoro produttivo (in senso capitalistico), quindi
lavoro remunerato in quanto erogazione di lavori libero (come scriveva
Marx: “il proprietario della forza-lavoro, il lavoratore, non é solo
libero di venderla, ma si trova anche e soprattutto nell’obbligo di
farlo”) e lavoro considerato capitalisticamente improduttivo, quindi non
remunerato.
La discussione su questa lista tra lavoro da un lato e lavoro salariato
dall'altro presuppone che sia possibile tracciare una linea di
demarcazione tra i due tipi di lavoro. Se ciò fosse sempre possibile, è
chiaro che essere contro il lavoro salariato non significa essere contro
il lavoro. Significa essere contro il "labor" e a favore dell'"opus", come
scrive Laura. Perchè ciò avvenga, perchè vi sia una società che consente
di svolgere solo "opere" e non lavori salariati, bisogna però uscire dal
contesto capitalistico. E inoltre bisognerebbe cominciare a pensare che
vale di più il "diritto alla scelta del lavoro", piuttosto che il "diritto
al lavoro", qualunque esso sia. La sinistra italiana e spesso anche quella
antagonista non concertativa è troppo imbevuta di etica del lavoro (che
deriva anche dall'esperienza sovietica, cfr. Stakanov) per accorgersi che
chiedere il "diritto al lavoro" spesso significa chiedere di essere
liberamente ingabbiato.
Tutto ciò poi è ancora reso più complesso dal fatto che oggi, una volta
tramontato il ruolo centrale della produzione industriale-fordista a
vantaggio delle produzioni cognitive-(im)materiali, di comando e controllo
delle merci e dei flussi di informazioni e conoscenze, la separazione tra
lavoro produttivo e lavoro improduttivo non è più così netta.
Il riesame della dicotomia lavoro produttivo - lavoro improduttivo rimanda
alla dicotomia produzione di valore di scambio - produzione di valore
d’uso.
Se nel capitalismo attuale tende a trasformarsi in valore di scambio anche
quell’attività lavorativa che fino a pochi decenni fa rientrava nella
categoria di attività riproduttiva e/o di formazione/apprendimento, ovvero
lavoro improduttivo, la distinzione tra “produttivo” e “improduttivo”
perde di significato.
Ad esempio: fino a che punto è possibile distinguere il processo di
apprendimento finalizzato allo sviluppo della propria cultura secondo una
logica autonomamente scelta ed il processo di formazione reso necessario
per svolgere l’attività lavorativa ai fini dell’accumulazione
capitalistica?
Fino a che punto è oggi possibile distinguere all’interno di una giornata
lavorativa il tempo socialmente necessario per produrre valore di scambio
da quello utilizzato per produrre valori d’uso?
Credo che oggi sia più che mai necessario partire da un critica del lavoro
tout-court (che oggi ha inglobato anche l'attività d'opera grazie ad un
processo di mercificazione delle vite e dei cervelli sempre più esteso e
capillare) per arrivare a definire la distinzione tra lavoro capitalistico
(con la forma salariale o di ritenuta d'acconto, sempre lavoro salariato
trattasi) e non lavoro capitalistico, in grado di aprire spazi di
liberazione.

Andrea




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