[Ezln-it] A. Cegna: La rivoluzione indigena di Marichuy

Annamaria maribel_1994 at yahoo.it
Mon Nov 13 11:14:26 CET 2017


Il Manifesto – 9.11.2017


 
La rivoluzione indigena di Marichuy: «Mi candido perché vogliodignità»Messico. Il paese verso le presidenziali del 2018. La candidataindigena incontra sostenitrici e sostenitori: le servono 800mila firme, ma sifirma solo con un tablet, che costa il triplo di uno stipendio. La denuncia di52 intellettuali.

© Andrea Cegna

Il viaggio di Marichuy alla ricerca delle firme necessarie pertrasformare in realtà la candidatura della portavoce del Congresso Indigeno diGoverno continua senza pause, in Messico. María de Jesús Patricio Martínez,indigena Nahua dello stato di Jalisco, è arrivata poco dopo le 17 a SanCristobal de Las Casas.

Piazza della Rivoluzione si riempie lentamente. Il palco dovesalgono i rappresentanti del Cni, in stragrande maggioranza donne, vede allasue spalle la cattedrale dove si trova la tomba di Samuel Ruiz, e a destra l’expalazzo del municipio dell’antica capitale del Chiapas, quello stesso palazzooccupato dagli Zapatisti all’alba del 1 gennaio del 1994.

Per l’occassione sono arrivate in città centinaia di donne dallediverse comunità indigene dei Los Altos. Ognuna di loro veste con gli abititradizionali, molte di loro non parlano nemmeno spagnolo ma hanno voluto esserepresenti.

Donne indigene di diverse età, senza uomini ad accompagnarle,con gli occhi lucidi per l’emozione aspettano prima e ascoltano poi in silenziole parole di una donna che per loro è speranza e orgoglio.

Essere povere, indigene e donne in Messico è una condanna, unafirma indelebile sull’essere soggetto escluso da ogni diritti e possibilità. Omeglio era così, oggi è diverso.

Solo dieci anni fa una foto di gruppo come quelle scattatemercoledì in piazza della Rivolzione sarebbe stato un sogno o un fotomontaggioin questo angolo di terra. Oggi, quella foto è un pezzo di realtà, mostra illavoro coraggioso e continuo delle donne indigene che lottano per la loroemancipazione e riconoscimento, partendo dalle proprie famiglie, passando perle loro comunità e con Marichuy provare ad arrivare al più alto livellopossibile: la presidenza della repubblica. Sette interventi anticipano leparole di Marichuy che arrivano quando a illuminarla non è più la luce del solema un faro bianco.

Le sette voci che precedono la candidata indigena parlanospagnolo ma soprattutto gli idiomi indigeni delle comunità da cui provengono lequattro donne e i tre uomini che si alternano al microfono. Tutte e tuttidevono capire, soprattutto le donne indigene.

Marichuy prima spiega al pubblico perché si è deciso diprocedere alla candidatura, poi ha detto: «Andremo ad ascoltare i diversivillaggi indigeni in ogni luogo dove passeremo. Allo stesso tempo faremosentire la nostra voce e la nostra proposta: noi vogliamo la vita e vogliamouna vita degna per tutte e tutti in Messico e nel mondo».

Ha anche ribadito che la sfida e il percorso intrapreso dal Cnicon il supporto dell’Ezln vede in lei solo la portavoce di un ConsiglioIndigeno di Governo e che nulla finisce nel 2018 con le elezioni.

Questa è solo una tappa. Il cambiamento non arriverà maidall’alto e l’organizzazione delle popolazioni, degli uomini e delle donne èl’unico strumento reale per opporre un’alternativa al dominio del capitalismo edella politica asservita agli interessi economici.

Mentre dal palco si alternavano i diversi interventi i volontariin appoggio alla candidata si prodigavano nello smaltire una lunga codaformatasi per dare la propria firma a sostegno della candidatura indipendenteindigena. Devono essere raccolte oltre 800mila firme, circa 50mila in 17diversi stati sui 33 della repubblica messicana, entro febbraio, affinchéMarichuy sia a tutti gli effetti votabile.

Per firmare occorre utilizzare una app che funziona solo sucellulari e tablet di ultima generazione. Proprio questo piccolo particolare raccontadi un sistema classista, in cui indigene e indigeni (oltre che poveri e povere)sono esclusi. Per questo martedì scorso a Città del Messico 52 intellettuali,tra cui Pablo González Casanova, Francisco Toledo, Juan Villoro, Oscar Chávez,Eduardo Matos Moctezuma, Bárbara Zamora, Gilberto López y Rivas, MardonioCarballo, Luis de Tavira, e Paul Leduc hanno denunciato, in una conferenzastampa, che il costo medio dei dispositivi adatti alla raccolta delle firme èdi 5mila pesos, il triplo dello stipendio mensile dell’81.7% degli assunti nelpaese.

I 52 hanno anche denunciato ilunghi tempi necessari per inserire le firme, fino a 20 minuti a firma. JuanVilloro ha chiuso come portavoce dell’associazione di accademici e artisti insupporto alla candidatura indigena dicendo: «Marichuy è nata come candidaturacontro la discriminazione e la prima cosa che incontra nel suo percorso èdiscriminazione».

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