[Redditolavoro] la cgil nel caos...

CobasSindacatodiClasse cobasta at libero.it
Thu Oct 7 20:29:40 CEST 2010


La Cgil nel Caos...Un film già visto che non promette nulla di buono
Vi ricordate del 1993 ???

Sul modello contrattuale siamo ormai alle battute finali. Confindustria e
Governo stringono i tempi e sanno di avere la disposizione l'occasione (e le
condizioni) per imporre il loro punto di vista.

Grazie alla complicità di Cisl e Uil hanno potuto scardinare le ultime e
residuali certezze contrattuali disseminando il terreno di accordi 
confederali
separati. Grazie all'inconsistenza della posizione Cgil si sono firmati
contratti categoriali (anche con la firma della Cgil) che di fatto hanno 
fatto
dilagare in tutte la categorie il principio che il salario variabile è 
l'unico
salario che conta, che tutto deve essere concesso in nome della produttività 
e
della competitività di impresa, che nulla è certo se contraddice l'interesse 
di
impresa e che quindi su tutto si può derogare.

La recente firma di Fim e Uilm sulle deroghe contrattuali nel settore
metalmeccanico è la chiusa del cerchio di questa prima fase dell'offensiva
padronale.

Il sistema contrattuale concertativo (quello uscito dagli accordi del 1993) 
è
stato così massacrato, già ora nulla è come prima, la concertazione non 
esiste
più, a valere è solo l'interesse del mercato e dell'impresa, ma manca il
passaggio formale, ossia la liquidazione di ogni ambiguità, l'esigibilità
assoluta, per contratto e per legge della nuova subordinazione del lavoro al
capitale secondo le esigenze della globalizzazione, della crisi, della nuova
concorrenza internazionale tra i capitali.

Il salario deve essere variabile (ossia ti pago solo per quel che fai e se 
lo
fai come dico io, e non per quel che ti serve per vivere)

L'occupazione deve essere precaria (ossia lavori solo se mi servi e per il
tempo che dico io)

La prestazione deve essere flessibile, disponibile a ogni richiesta
dell'impresa (ossia decido io i ritmi ed i carichi di lavoro, quando devi
lavorare di più e quando di meno. Ossia devi stare sempre a disposizione per
ogni cambiamento che io deciderò a seconda del mio interesse)

La contrattazione deve sparire a favore di una collaborazione sindacale che
sottintende esplicitamente la subordinazione del lavoro e delle sue
organizzazioni al punto di vista del mercato e dell'interesse di impresa.

Tutto ovviamente per il bene della nazione che viene fatto coincidere
esattamente con l'accumulazione capitalista, col profitto privato, libero di
agire secondo il suo interesse e libero da ogni vincolo di solidarietà
sociale.

Tutto deve essere finalizzato a questo e tutti devono collaborare a questo
obiettivo. Un quadro di relazioni-subordinazioni che ricorda molto da vicino 
il
"Patto per il lavoro" del ventennio fascista.

A questa tendenza l'unica ad opporsi è la Fiom. Per questo la Fiom è sotto
attacco, non per un suo supposto estremismo ma semplicemente per il suo 
essere
ed agire da sindacato.

Infatti la Fiom chiede una cosa semplice, che il prezzo della forza lavoro 
(al
pari di tutte le altre merci), le sue condizioni di impiego e di utilizzo 
siano
regolamentati in un quadro contrattuale certo, non derogabile e sopratutto
costruito e condiviso con i soggetti proprietari di questo bene (la forza
lavoro).

Per padroni e sindacati collaborativi, ormai inebriati da un modello
neocorporativo che mette le loro burocrazie al centro del potere (di questo 
si
illudono), la posizione della Fiom è pura eresia.

Ma la Fiom è una categoria della Cgil, e in qualche modo agisce nel quadro 
dei
comportamenti che fino a ieri questa organizzazione aveva assunto. Infatti 
la
Cgil non ha firmato l'accordo separato ed ha tuonato (a parole) contro ogni
ipotesi di deroga contrattuale.

Il problema però è che la Cgil non ha una linea, naviga a vista, si limita a
fare ciò che succede, dove può firma accordi di ogni tipo, ed è da tempo
attanagliata dal disagio (tipico delle burocrazie) di non sentirsi 
accreditata
al tavolo dove si disegna la nuova era neocorporativa, in cui le burocrazie 
si
distribuiscono riconoscimenti e quote di potere.

La Cgil è in difficoltà (anche se le mani le prudono, e molto) ad aprire uno
scontro frontale con la Fiom (non riuscirebbe a spiegarlo facilmente) e 
questo
l'ha mandata in tilt. La Cgil ha fretta di rientrare nei ranghi, ma la
resistenza della Fiom non gli permetto di farlo esplicitamente e 
velocemente.

Senza una liquidazione della Fiom, la Cgil era ed è oggettivamente in
difficoltà, costretta a riconoscere in qualche modo le ragioni della Fiom 
pur
vedendo con fastidio questa sua resistenza all'offensiva padronale.

Il disagio della Cgil si è visto tutto in quella specie di seminario
organizzato a Todi il 22 e 23 settembre scorsi. Un seminario inutile nella 
sua
genericità per capire se esiste o meno in Cgil un embrione di proposta, ma
esplicito nel dichiarare la sua voglia di rientrare e velocemente nelle 
grazie
di Confindustria.

In realtà la Cgil sperava con questa iniziativa di chiudere la polemica con
Confindustria e con Cisl e Uil, convinta che tutto si poteva ormai firmare,
contratti leggeri per spostare il centro della contrattazione sul livello
decentrato, regole salariali da capestro, flessibilità aziendali ecc. ecc 
senza
perdere la faccia con la sua base (l'illusione della Cgil stava tutta nel 
fatto
che si poteva convincere le controparti a non esagerare con le loro 
richieste
di deroghe), ma ecco che Confindustria e Cisl-Uil, pur incassando il dietro
front della Cgil rialzano il tiro e firmano l'ennesimo accordo separato 
sulle
deroghe al Ccnl metalmeccanico.

Un modo elegante ed esplicito per dire alla Cgil ... "ben venga il tuo 
dietro
front ma non pensare di porre condizioni e di emendare il quadro 
contrattuale
che già stiamo scrivendo senza di te".

Un segretario generale che di mestiere fa il sindacalista si sarebbe fermato 
a
ragionare, avrebbe compreso che non ci sono margini ed avrebbe chiamato
l'organizzazione a rispondere, ma un segretario generale, senza linea,
preoccupato solo di rientrare nel gioco senza perdere troppo la faccia si è
limitato a dirsi "stupito".

Non si capacità cioè del fatto che il suo rientro in gioco venga considerato
ininfluente e non comprende che senza una piattaforma, senza una proposta,
senza chiamare i lavoratori a discutere e decidere, senza una lotta non va 
da
nessuna parte, se non quella di bere tutto ciò che ormai gli è stato 
preparato.
Prendere o lasciare.

Il fatto che la Fiom abbia chiesto a tutta la Cgil di preparasi ad una lotta
generale e di mettere in campo una propria piattaforma, e che la Cgil abbia
rifiutato dicendo che ciò che si sta facendo basta ed avanza, la dice lunga 
su
dove vuole andare questa segreteria confederale.

C'è da credere che alla ripresa del tavolo con Confindustria e Governo la 
Cgil
farà di tutto per tornare ad accreditarsi, magari cercando di firmare 
qualcosa
che non porti a perdere la faccia, che non ne smascheri troppo la sua
retromarcia su tutto il fronte, ma non è detto che ci riesca perchè ormai è
chiaro .... se l'accordo sulle deroghe firmato da Fim e Uilm la settimana
scorsa insegna qualcosa è che a padroni e sindacati collaborativi non 
servono
più soluzioni ambigue e pasticciate (come i 55 contratti che Epifani si 
vanta
di avere già firmato) ... vogliono una esplicita e conclusiva 
formalizzazione
delle nuove relazioni-subordinazioni sindacali.

La Cgil (questa Cgil) firmerà di sicuro, per calcolo politico e non certo 
per
calcolo sindacale. Magari cercherà di farlo diluendo nel tempo l'amaro 
calice
pensando di firmare prima accordi che si possano spacciare come positivi 
(come
ad esempio sugli ammortizzatori sociali) ma l'imbuto è stretto perchè alla
questione centrale si arriverà e l'accettazione di questo arretramento 
cozzerà
inevitabilmente con la decisione Fiom di resistere allo smantellamento
contrattuale, così come cozzerà con la realtà, fatta di occupazione e salari 
in
costante riduzione e sempre meno tutelati a cui il nuovo modello 
contrattuale
non potrà dare risposte, anzi, ne decreterà l'ulteriore indebolimento.

La firma della Cgil non sarà quindi indolore per lei, ma la burocrazia Cgil 
ha
urgenza di rientrare in gioco sul terreno che padroni e sindacati 
collaborativi
hanno già deciso e messo in pratica.

Alle burocrazie sindacali (quando ragionano da burocrazia) nulla fa più 
paura
del terrore di non essere riconosciute, di non essere validate e accreditate
dalla controparte, di essere tagliate fuori da un disegno che sembra 
prendere
corpo anche senza il loro contributo collaborativo. In ciò vedono scemare il
loro potere.

Pur di esorcizzare questo rischio si può accettare di subire tutto, anche di
fare la parte dell'incompetente (per non dire parolacce) di fronte ai
lavoratori che si dichiara di voler rappresentare.

Un film già visto... vi ricordate del 1993 ???

Come dicevamo succede che spesso le burocrazie sindacali agiscano più per
calcolo politico che sindacale. Sono cioè portate a tutelare più se stesse 
che
i soggetti che dovrebbero rappresentare.

Un periodo particolare per osservare questo comportamento è quello che ha
portato all'accordo sul modello contrattuale del 1993 che di fatto ha 
sancito
la fine del modello sindacale rivendicativo e l'affermazione del modello
concertativo.

Un periodo che potremmo chiamare "della confusione sindacale", dove cioè
interesse delle burocrazie sindacali era quello di non rompere con le
controparti (per calcolo politico) cercando di subire il meno possibile
l'offensiva attivata da queste per fare saltare il modello contrattuale, 
nella
illusione che ciò fosse possibile senza sancire una più pesante 
subordinazione
del lavoro e delle sue organizzazioni all'interesse di capitale.

Come è finita lo sappiamo ma proviamo a ricordarne le tappe per individuare 
la
similitudine con ciò che sta accadendo oggi.

Prima del 1993, il perno attorno a cui poggiava la resistenza salariale era 
la
scala mobile, cioè una tutela automatica delle retribuzioni di fronte
all'inflazione. Questa tutela del salario di base liberava la contrattazione
nazionale e locale nella lotta sindacale per la tutela ed incremento del
salario di professionalità (minimi tabellari) e per la redistribuzione di 
quote
di produttività (premio di produzione).

Questa situazione rendeva difficile una politica di riduzione dei salari e 
per
questo, già dal 1982 Confindustria mette sotto attacco la scala mobile,
convinta che facendo saltare il perno, tutta la contrattazione sarebbe
collassata.

I Sindacati confederali, accettando di essere responsabilizzati di fronte 
alla
questione della crisi, vanno in pallone. Da un lato respingono gli attacchi
alla scala mobile ed alla contrattazione, ma dall'altro, non volendo rompere
con padroni e Governo (dei quali in parte condividono le argomentazioni, 
come
ad esempio che la scala mobile sia causa di inflazione) accettano di fare
alcuni aggiustamenti che, come si vedrà poi, apriranno di fatto la strada 
allo
smantellamento della contrattazione.

Così è che nel 1982 si arriva al cosìdetto "accordo Scotti". Un accordo
confederale che di fatto stabilisce i limiti che la contrattazione nazionale 
di
categoria non deve superare e che nel contempo riduce il recupero salariale
dovuto alla scala mobile. Si accetta così di mettere sotto controllo il 
costo
del lavoro (come lo intendono le imprese).

Il sindacato di fatto ha accettato di porre un tetto alla crescita 
salariale,
spiegando che ciò serviva a difendere un modello contrattuale e la scala 
mobile
che altrimenti non avrebbero retto all'offensiva padronale. Di fatto però
accettavano l'idea che l'aumento dei salari fosse causa dell'aumento
dell'inflazione (e non conseguente).

Il contrasto con la base, nei luoghi di lavoro non fu indolore per le
burocrazie sindacali, ma queste accettarono lo scotto convinte (illuse) che 
con
ciò si fosse chiusa la partita. Ma non era così, ed in ciò si rende 
esplicita
l'inconsistenza dell'analisi sindacale di allora.

Infatti nel 1983 e poi nel 1984 viene stabilito per legge che la scala 
mobile
non debba recuperare più di un certo valore dell'inflazione. I sindacati
subiscono accettando l'idea che questo blocco fosse necessario ed 
accettabile
perchè temporaneo (doveva valere solo per i due anni in oggetto) e perchè
propedeutico agli investimenti che si sarebbero realizzati col risparmio
salariale delle imprese.

Di fatto le burocrazie sindacali, colme dell'orgoglio di essersi dimostrate
responsabili ed attente ai problemi del paese, dimostrano solo la loro
debolezza di linea, tanto che nel 1985 la Confindustria parte all'attacco 
con
la disdetta della scala mobile.

La risposta sindacale è pasticciata. Incapace di comprendere il carattere
dell'offensiva padronale, si preoccupa solo di cercare una mediazione che
recuperi il rapporto con la controparte e non intacchi il ruolo delle
organizzazioni sindacali.

Così si arriva sempre nel 1985 ad un accordo confederale, calato dall'alto,
che di fatto riduce il potere di recupero della scala mobile (dal 63% al 
50%) e
sterilizza la busta paga da diversi automatismi (come gli scatti di 
anzianità)
e rivalutazioni periodiche (come la liquidazione).

Tutta la contrattazione categoriale e aziendale sembra impazzire, da un lato
nell'obbligo di recepire i contenuti dei cedimenti confederali, e dall'altro
nel tentativo di recuperarne gli effetti (a livello aziendale) con maggiori
aumenti salariali. Si apre una profonda spaccatura tra burocrazie sindacali 
e
luoghi di lavoro. Infatti l'organizzazione sindacale non riesce a 
controllare
l'esplosione salariale della contrattazione aziendale, non la sostiene, anzi 
la
ostacola chiedendo il rispetto dei limiti imposti dagli accordi confederali.

Di fatto il sindacato impazzisce. Non esiste una linea sindacale generale 
(se
non quella di contenere le pretese di Confindustria e di tentare interventi 
di
moderazione sulla contrattazione aziendale) ed a livello di base si procede
senza tener conto delle indicazioni sindacali.

E' così che nel 1990 Confindustria procede ad una nuova disdetta della scala
mobile. Il Governo interviene prorogando la scala mobile solo per un anno 
per
dare tempo alle parti sociali di trovare un accordo, dopo di che la disdetta
sarà effettiva.

Finalmente il sindacato sembra reagire. Si proclamano scioperi generali con
manifestazioni imponenti. La parola d'ordine dei sindacalisti è "La scala
mobile non si tocca".

Nel 1991 però Cisl e Uil rompono il fronte e firmano un accordo separato che
di fatto accetta l'abolizione della scala mobile. L'accordo trova poi
legittimità in un decreto del Governo Craxi che darà valore di legge a 
questa
scelta.

La Cgil (spaccata al suo interno) organizza un referendum per l'abrogazione
della legge ma il referendum non vince. Ma è la linea sindacale della Cgil 
ad
essere debole, stretta tra la necessità di non deludere una base agguerrita
(che l'aveva spinta al referendum) e la scelta di non rompere con le
controparti. Seguiranno mesi di estrema confusione, con assemblee, direttivi
nazionali, carichi di parole d'ordine roboanti, ma senza mai arrivare ad una
piattaforma e ad un piano vertenziale su cui mobilitare i lavoratori per
recuperare una efficace tutela salariale.

E' così che la questione viene risolta con un vero golpe interno alla Cgil 
il
31 Luglio del 1992 con l'accordo Amato-Trentin con cui anche la Cgil accetta 
la
definitiva eliminazione della scala mobile.

Lo strappo era stato così palese e forzato che Trentin dovette presentarsi
dimissionario (e in lacrime) al direttivo Cgil convocato subito dopo,
dimostrando così come la scelta fosse stata più dovuta a valutazioni (e
pressioni) politiche che non per ragionamento sindacale.

Nel 1983 si arriva poi a formalizzare con il nuovo accordo sui modelli
sindacali (concertativi) ciò che già era stato modificato nei fatti dai
cedimenti precedenti. Il salario non doveva più cercare di coincidere con i
bisogni salariali che il mondo del lavoro esprimeva ma doveva essere
predeterminato e vincolato all'interno di un quadro di compatibilità che il
governo e gli obiettivi di produttività delle imprese imponevano.

A guardare le cose da vicino è facile vedere la similitudine con la fase
attuale.

L'offensiva padronale è chiara, il cedimento dei sindacati collaborativi 
pure,
ma non altrettanto lo è la risposta Cgil. Come allora la reazione alle
forzature confindustriali è debole e non sostenuta da una organica risposta
vertenziale. Infatti, mentre a parole si respingono gli attacchi 
all'impianto
contrattuale, in realtà si procede senza una piattaforma, senza un vero
coinvolgimento dei lavoratori.

La Cgil è di fatto al palo, presa unicamente dal timore di non rompere i 
ponti
con la controparte ben sapendo che così facendo si legittima il punto di 
vista
della controparte, come è successo in questi anni con la firma anche della 
Cgil
su contratti nazionali di categoria (tutti meno la Fiom) che di fatto, senza
dirlo esplicitamente, si sono adeguati nell'accogliere deroghe, 
flessibilità,
dinamiche salariali così come nella sostanza le cercava la controparte
padronale.

Così si è legittimato il punto di vista dell'impresa che ora, come ovvio,
chiede la chiusura del cerchio anche sul piano formale.

Nei prossimi giorni prenderanno via i tavoli tra sindacati-padroni-governo,
sia sulla contrattazione che sullo statuto dei lavoratori. Sindacati
collaborativi, padroni e governo hanno già detto e scritto ciò che vogliono.

La Cgil si presenterà a quel tavolo con due parole d'ordine. No alle deroghe 
e
no all'indeblimento della contrattazione.

Parole d'ordine deboli, sia perchè non sostanziate da una piattaforma che
spieghi cosa ciò vuole dire in materia di salario, di occupazione, di
prestazione, di diritti, ecc. , sia perchè di fatto nella contrattazione
precedente, la Cgil delle categorie (tranne la Fiom) ha già determinato una
apertura su deroghe e su riduzione di peso del contratto nazionale.

Il 2010 come il 1993 ??? Sembrerebbe ....... Vedrete che Epifani firmerà. Ci
spiegherà che così ha salvato la contrattazione ed ha tutelato i lavoratori. 
In
realtà avrà solo salvato la burocrazia Cgil dal terrore di rimanere isolata 
ed
esclusa.

Epifani come Trentin ha deciso che è politicamente necessario che la
burocrazia Cgil rientri nei ranghi. Il merito non c'entra. Non c'entra che
(anche se pure lui lo dice) il problema vero è che i salari continuano a
perdere, che il sindacato nelle fabbriche è sempre più debole, che il peso
della funzione di controllo delle burocrazie sindacali aumenta ogni giorno, 
che
la democrazia sta uscendo dai luoghi di lavoro.

Quello che conta è non essere isolati, ridare spazio e ruolo ad una 
burocrazia
che vive nel terrore di rimanere esclusa o messa ai margini.

Epifani sa bene che il rientro nei ranghi della Cgil non potrà avvenire 
senza
strappi, senza perdere la faccia.

Magari, come Trentin, prima firmerà e poi si dimetterà (spiegandoci in 
lacrime
che è stato un passo necessario firmare quell'accordo anche senza avere mai
chiesto ed ottenuto un mandato dei lavoratori a firmarlo) o forse no,
accettando di caricare su di se tutta la responsabilità, Così facendo 
libererà
il nuovo assetto di segreteria permettendogli di presentarsi più innocente,
meno colpevole di fronte ai lavoratori, lasciando la Fiom ancora più 
isolata,
ed assieme a lei tutti i lavoratori.

Poi ... potete scommetterci ... ce lo ritroveremo senatore o deputato. La
politica gli deve molto.

2 ottobre 2010
COORDINAMENTO RSU 


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