[Redditolavoro] Francesco "baro" Barilli e dintorni

clochard spartacok at alice.it
Mon Nov 15 19:11:02 CET 2010


C'è sotto un opuscolo che ripercorre minuziosamente le misure di controllo varate negli ultimi anni. Materiale pregevole, al di là della particolare declinazione di questa materia fatta dalle compagne e dai compagni di Rivoluzione Comunista.

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----- Original Message ----- 
From: circ.pro.g.landonio at tiscali.it 


anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.radiocittaperta.it.  5 Novembre 2010 

"Questa non si chiama giustizia". Intervista a Lucia, sorella di Giuseppe Uva

Francesco "baro" Barilli 

Varese, 14 giugno 2008. Sono circa le 3 di mattina quando Giuseppe Uva e Alberto Biggiogero vengono fermati, in stato di ebbrezza, dai carabinieri. Portati in caserma, Biggiogero sente le urla dell'amico provenire da un'altra stanza. Alle 5 i militari chiedono l'intervento di un'ambulanza. In ospedale richiedono un TSO e il trasferimento nel reparto psichiatrico, dove il 43enne Uva muore poche ore dopo per arresto cardiaco. Dagli esami tossicologici risultano somministrati farmaci controindicati in caso di assunzione di alcool. Sarebbe questa la causa del decesso, che lascia però aperte alcune domande: in primo luogo se Uva, fra le 3 e le 5 di quella mattina, abbia subito un assurdo pestaggio; in secondo luogo se i traumi eventualmente riportati abbiano contribuito a causarne la morte. 

 
foto: www.radiocittaperta.it

Su questi aspetti si è concentrata l'attenzione dei familiari, a cominciare dalla sorella Lucia, che non ha risparmiato critiche all'indirizzo dei pm titolari dell'inchiesta. Infatti, da quanto apprendiamo dal quotidiano La Provincia di Varese, la Procura sembra avere un orientamento diverso: i pm sono convinti che la sola causa della morte sarebbe da ricercarsi nella colpa di due medici, ossia nell'incauta somministrazione del tranquillante che avrebbe provocato l'arresto cardiaco. Sarà il giudice a stabilire, nell'udienza fissata al prossimo 1 dicembre, in merito al rinvio a giudizio, ma le premesse fanno supporre che il procedimento sarà incentrato solo sui due medici, inquadrando la morte di Giuseppe Uva in un "normale" caso di "malasanità". 
Ciò nonostante, quella di "Pino" Uva è innanzitutto la storia di un uomo affidato alle mani dello Stato (nel suo caso prima ai carabinieri, poi a una struttura sanitaria) e riconsegnato morto ai propri familiari. Conseguentemente è un caso in cui, indipendentemente dall'accertamento di responsabilità penali, è legittimo attendersi risposte dallo Stato, contrassegnate dalla massima trasparenza. Tutte considerazioni che portano ad accostare la vicenda, pur con i necessari distinguo, a fatti più noti all'opinione pubblica (Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, per citare i due più significativi) in cui, al contrario, la trasparenza non ha contraddistinto l'azione dello Stato. 

Di tutto questo parliamo con Lucia, sorella di Pino. 

Tu quando e come hai saputo della morte di Giuseppe? 
Quella mattina ero partita in vacanza con mia figlia Angela e i miei nipotini. Alle 7:15 ricevo una telefonata da mia sorella Mara: mi dice che Pino si trova in ospedale, mi racconta che lo avevano portato lì i carabinieri perché prima lo avevano fermato ubriaco, e poi l'avevano accompagnato nel reparto psichiatrico in quanto "sragionava". Ho risposto a Mara di andare subito in ospedale per vedere cosa stava succedendo e di farmi sapere... 
Dopo, ricordo tante telefonate. All'inizio Mara mi ha tranquillizzata: "Lucia, stai tranquilla, Pino sta dormendo. Se senti come russa, sembrano mesi che non dorme!... Ci hanno detto di non svegliarlo e di ritornare oggi pomeriggio alle 3". Tutto questo verso le 10:00, ero appena arrivata al casello di Senigallia; poi alle 11:10 mi ha chiamato mio figlio Alessandro: "mamma, zia Carmela ti ha cercato... Zio Pino è morto...". Non potevo crederci, pensavo a uno scherzo e gli ho riattaccato il telefono in faccia. Subito dopo ho richiamato Mara che, piangendo, mi ha confermato la notizia. Alle 15:45 eravamo in obitorio. 

Una volta giunta all'ospedale, hai potuto parlare solo con i medici, oppure sei riuscita a chiedere spiegazioni anche ai carabinieri che avevano arrestato Giuseppe? 
A dire il vero con i medici non ho parlato, lo avevano già fatto le mie sorelle. Io alle 17 sono andata al posto di polizia del pronto soccorso, ma loro non sapevano nulla della morte di mio fratello, non erano stati avvertiti. Non sapevano neanche che era stato fatto un ricovero coatto, un Tso, con Pino accompagnato lì dagli agenti. So che l'ispettore Talotta ha fatto subito delle telefonate per avvertire il Magistrato di turno, che quella notte era Agostino Abate. Purtroppo da quel momento il dottor Abate non ha ancora fatto chiarezza sulla morte di Pino, a mio avviso. 

Quale è stata la prima versione ufficiale? 
Ci hanno detto che aveva avuto un arresto cardiaco, un infarto: questo è quanto ci hanno detto, tutto qui. Poi sono spariti tutti, non si è fatto trovare più nessuno... 

So che quando hai visto il corpo hai avuto subito molti dubbi su quella versione... 
Sì, quando l'ho visto Pino era irriconoscibile: pieno di botte, il corpo tutto viola, con escoriazioni su entrambe le gambe, la mano destra aveva una nocca enorme... Poi ricordo le sue costole, sul lato sinistro, che sporgevano fuori in modo innaturale. Il suo corpo era privo delle mutande, ma aveva invece un pannolone: quando gliel'ho tolto era sporco di sangue, i testicoli erano viola... Quel corpo me lo sono guardato tutto; non era quello di uno che poteva essersi prodotto le lesioni da solo (ti ricordo che si parlò molto di suoi gesti autolesionisti, per giustificare le ferite): si vedeva che quelle erano botte date di santa ragione... E poi dovrebbero spiegarmi come può riuscire uno a conciarsi così da solo, proprio mentre è controllato da tanti uomini in divisa. Mi sembra una ricostruzione priva di logica... 

Cosa ti ha raccontato Alberto Biggiogero, circa quella notte? 
Mi ha detto che quella sera lui e Pino avevano bevuto un pò ed erano in giro a festeggiare. Aveva vinto la Nazionale, e loro due, per gioco, stavano transennando la via Dandolo (il giorno dopo era la festa delle ciliegie). A un certo punto è arrivata una macchina dei carabinieri. Uno di questi conosceva Pino: mentre lo inseguiva gli ha urlato qualcosa tipo "Uva, proprio te cercavo stasera!". Dopo pochi minuti sono arrivate due vetture della polizia e tutti insieme sono andati in caserma; Alberto viene fatto entrare in una delle volanti della polizia, mentre fanno salire Pino nell'auto dei carabinieri. Dentro la caserma i due amici restano separati; Alberto è in una stanza, controllato a vista dagli agenti, e sente Giuseppe, in un'altra stanza, urlare "basta, basta". A un certo punto Alberto riesce ad approfittare della momentanea assenza degli agenti e chiama il 118 per chiedere aiuto, ma subito dopo i carabinieri hanno minimizzato al personale del 118 quanto stava accadendo ("sono solo due ubriachi...") e poi hanno tolto il cellulare ad Alberto... 

Tramite il tuo avvocato, Fabio Anselmo, hai prodotto perizie di medici che sostengono la tesi secondo cui la morte fu causata non da errori medici (o almeno non solo da quelli), ma dai traumi che Pino avrebbe subito nelle ore precedenti il decesso. Cosa pensi della decisione del gup di non includere nel fascicolo quelle perizie? 
Non posso accettare questa ricostruzione. Non è solo colpa dei medici, mi sembra una versione utile solo a nascondere la verità. A mio avviso il PM Abate ha voluto proteggere i carabinieri. Una cosa è certa: dopo 30 mesi non mi hanno ancora dato risposte. Cosa ci faceva Pino in caserma con 10 uomini in divisa? Perché aveva i pantaloni sporchi di sangue, dietro e davanti al cavallo? Perché era senza slip, e dove sono finiti? Perché il magistrato non ha fatto analizzare i pantaloni? 

Nel "caso Uva" mi sembra abbiano fatto di tutto per nascondere quanto successo. Questa non si chiama Giustizia... 
Qualora la magistratura confermasse la decisione di incentrare il processo solo sulla responsabilità dei medici, quali sarebbero i passi successivi che la vostra famiglia intende intraprendere? 
Posso solo dirti che andremo avanti nell'impegno di scoprire la verità. Lo dobbiamo a Pino. Sicuramente in questa battaglia ci aiuterà Fabio, il nostro avvocato. 

C'è un momento in cui hai deciso di far diventare pubblica la tua ricerca di verità? 
Sì... Una sera stavo seguendo un servizio sul processo per l'uccisione di Federico Aldrovandi. Rimasi sconvolta, perché sentivo le versioni dei poliziotti: erano le stesse cattiverie e falsità che avevo sentito dire su mio fratello. Le solite cose: le lesioni alle vittime attribuite ad autolesionismo, insinuazioni sul loro stile di vita (il tossico, l'ubriacone...), la negazione dell'evidenza... 
La mattina dopo chiamai Lino, il papà del povero Federico, gli dissi che anch'io stavo vivendo una tragedia come la loro, gli raccontai la mia storia e chiesi consiglio su cosa potevo fare. Mi rispose di cercare di farmi ascoltare dai giornalisti della mia città, di chiamare Beppe Grillo, di non arrendermi... Poi ricordo una domenica, quando sentii la vicenda di Stefano Cucchi: il lunedì chiamai Rita Cucchi e anche a lei dissi che stavo vivendo lo stesso dolore. Pure lei mi disse "devi denunciare, non dobbiamo arrenderci!". E così ho ricominciato da capo la mia battaglia. 
Sono andata a Ferrara da Fabio Anselmo (che era già l'avvocato delle famiglie Cucchi e Aldrovandi). Lui, dopo aver visto i pochi fogli del fascicolo su mio fratello, si è impegnato subito per fare ripartire le indagini: dopo 24 mesi in cui non era stato fatto quasi niente, lui in pochi mesi è riuscito a smuovere quei PM dal loro torpore. Devo un grosso grazie a lui e anche, voglio ricordarlo, a Luigi Manconi. 
Ora vediamo cosa succederà... Io dico solo che mio fratello, come tutte le altre "vittime di stato", merita giustizia. E ti dirò che, secondo me, non è solo una questione di giustizia, ma di dignità: una dignità che va restituita a Pino e a tutti quelli come lui, prima ammazzati e poi ricoperti di fango... 

Radio Città Aperta - Roma


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CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA GIANCARLO LANDONIO 


VIA STOPPANI,15 -21052 BUSTO ARSIZIO –VA- 


(Quart. Sant’Anna dietro la piazza principale) 


e-mail: circ.pro.g.landonio at tiscali.it
-----------------------------Opuscolo in corso di diffusione in provincia di Varese. 





OPUSCOLO

I Pacchetti Sicurezza
un codice di guerra contro le masse
opuscolo 9 novembre 2009 (PDF)  Pagine 38.


Presentazione

 Il presente opuscolo mette insieme, ordinandole in successione cronologica, le prese di posizione da noi espresse a caldo contro le misure di sicurezza emanate negli ultimi due anni dai governi in carica.

Il titolo che i pacchetti di sicurezza sono un codice di guerra contro le masse indica che, al di sopra dei singoli governi che hanno varato le misure in concreto, la natura e la specificità attuali della macchina statale (della forma Stato e di tutte le istituzioni pubbliche) sono quelle di un apparato militarizzato scagliato contro immigrati lavoratori giovani a protezione di banche padroni affaristi e malfattori di ogni risma e colore.

Il diritto è l’espressione di determinati rapporti di forza tra le classi. E il diritto penale, in particolare, su cui si modellano quello processuale penitenziario e prevenzionale, è l’espressione del livello di punizione statale nei confronti delle masse oppresse: dei disoccupati, dei giovani in cerca di lavoro, degli immigrati, della generalità dei lavoratori. Il trattamento feroce riservato ai migranti particolarizza il trattamento marziale riservato a tutti i lavoratori. Le nuove norme incriminatrici e punitive vanno a presidio, non di un nuovo colonialismo, ma della schiavizzazione tecnologica del lavoro salariato. Esse riflettono la violenza reazionaria della morente borghesia finanziaria parassitaria e dei suoi gendarmi. E rappresentano, sul piano dei rapporti di classe, non la crisi della civiltà giuridica, ma il suo punto più alto, che supera la legislazione fascista.

Tutti i provvedimenti sicuritari presi dal governo Prodi e successivamente dal governo Berlusconi si ispirano alla medesima logica di classe: reprimere sanzionare coercire i lavoratori; imbavagliare terrorizzare annientare dissenzienti ribelli antagonisti. I "reparti speciali" dello Stato, dall’esercito alla magistratura (comprese le "toghe rosse" inventate dal presidente del consiglio per coprire le proprie magagne) e gli organi territoriali e locali (dai prefetti ai sindaci e vigili urbani) vengono tutti funzionalizzati al nuovo più violento livello di guerra statale contro le masse. Infine l’inclusione delle ronde nell’apparato istituzionale dello Stato segna che tutto il marciume reazionario è inglobato in una armata controrivoluzionaria, nel meccanismo del militarismo totalitario dispiegato contro immigrati lavoratori giovani.

La guerra tra le classi impone dunque ai lavoratori l’armamento proletario e la guerra rivoluzionaria per il potere.

Quanti intendano prendere contatto con la nostra organizzazione possono rivolgersi alle nostre sedi o corrispondere con la sede Centro sita in 20154 Milano P.za Morselli 3.

 Milano 9 novembre 2009

L’Esecutivo  
di Rivoluzione Comunista


--- Edizione a cura di----
RIVOLUZIONE COMUNISTA
SEDE CENTRALE: P.za Morselli 3 - 20154 Milano
e-mail: rivoluzionec at libero.it
http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/





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