[Redditolavoro] Torino 16 maggio: Resistenza Rom

Federazione Anarchica Torinese - FAI fat at inrete.it
Fri May 9 11:57:37 CEST 2008


Resistenza Rom
10 anni di lotte, occupazioni, sgomberi a Milano.

Venerdì 16 maggio ore 21 in corso Palermo 46
assemblea
contro le politiche razziste, le ronde fasciste e leghiste, la violenza
securitaria e la repressione... percorsi di autogestione, solidarietà,
lotta.

Interverranno esponenti di “Via Adda non si cancella”
Proiezione del video “Via Adda 14. Tutti sotto un tetto”

Un’occasione per fare il punto sulle politiche di esclusione sociale e
repressione della giunta Chiamparino, che in questi giorni ha “chiuso” il
campo “emergenza freddo” di Basse di Stura e annuncia nuovi sgomberi e
deportazioni.

Un’occasione per ricordare che il 14 ottobre del 2007 i fascisti hanno
bruciato il campo rom di via Vistrorio e 62 uomini, donne e bambini hanno
rischiato di morire bruciati. Solo oggi i media, che hanno minimizzato
l’episodio, insinuando persino il dubbio che i rom si fossero bruciati le
roulotte e le baracche da soli, si sono accorti che in Barriera di Milano
ci sono i fascisti. Gli stessi delle ronde sanguinose al Parco Stura, gli
stessi sui cui cellulari sono state trovate le immagini del rogo di via
Vistrorio.

Un’occasione per tutti gli antirazzisti interessati di promuovere
iniziative di informazione e di sostegno alla resistenza dei rom anche
nella nostra città.

Per info e contatti:
fat at inrete.it
338 6594361

Per un approfondimento sulle lotte dei rom rumeni di Milano vi proponiamo
un articolo uscito su Umanità Nova n. 16 del 4 maggio 2008.
L’autore, Fabio Zerbini, di“Via Adda non si cancella”, parteciperà
all’assemblea del 16 maggio.

Milano: 10 anni di lotte tra sgomberi e occupazioni
Resistenza Rom
Lo sgombero della baraccopoli di Bovisa all’inizio di aprile è stata
l’ultima delle macro-operazioni contro i rom condotta dall’amministrazione
milanese.
Era il 1998 quando il primo gruppo di rom-rumeni (circa una trentina di
famiglie), in seguito all’incendio della loro baraccopoli, diedero vita
all’occupazione delle case di via de Castillia nel quartiere Isola.
Da allora in poi, un popolo intero che il regime di Ceausescu aveva reso
stanziale, ha conosciuto un vero e proprio nomadismo metropolitano,
tentando si resistere agli incessanti assalti xenofobi che istituzioni e
mass-media hanno portato con scientificità e accanimento tali da non aver
nulla da invidiare al ventennio nazi-fascista, con un susseguirsi
incessante di sgomberi, occupazioni, barricate e arresti, lotte di piazza
e deportazioni.
Sconfitte e vittorie si sono intrecciate indissolubilmente, contribuendo a
scrivere una pagina di storia lungi dall’essere terminata e in cui, non ci
stancheremo mai di ripeterlo, l’occupazione e l’autodifesa di via Adda
hanno senz’altro rappresentato il punto più alto di resistenza nella
storia italiana di questo popolo martoriato.
Un intero stabile venne occupato nel giugno del 2002 e in poco tempo
arrivò a ospitare 300 persone. Di per sé era una delle tante esperienze
che i rom hanno dovuto inventarsi per sopravvivere. Ma via Adda ha
lasciato il segno per la sua capacità di autorganizzazione, per la
costruzione di un consiglio di autogestione che, con tutti i suoi limiti,
ha rappresentato un vero e proprio contropotere dal basso, capace di
respingere gli assalti armati del potere grazie all’autodifesa permanente;
capace allo stesso tempo di diventare soggetto politico agente in città,
spingendo la comunità rom ad un protagonismo di piazza mai registrato
prima (in particolare nelle manifestazioni contro la guerra e in occasione
degli scioperi generali), cancellando nei fatti la linea politica di
questura comune e prefettura che cercava, con tutti i mezzi necessari di
spingere i rom fuori dalla città.
Via Adda invece era situata proprio sotto il pirellone, nel cuore
finanziario della metropoli, simbolo concreto del fatto che, se si lotta e
ci si autorganizza
 anche l’impensabile può succedere.
Dopo lo sgombero di via Adda, compiuto con un’operazione militare senza
precedenti (circa 1500 uomini impegnati) si è aperta una stagione di
continui sgomberi e deportazioni di massa, interrotte nei fatti solo
dall’ingresso della Romania in Europa. Solo i reduci di quell’esperienza,
organizzati intorno alla campagna “via Adda non si cancella” sono in
qualche modo riusciti a resistere senza piegarsi ai tentativi di pulizia
etnica da una parte e di internamento democratico nei campi lager comunali
dall’altra.
In ogni caso, anche se gli assalti del potere hanno certamente lasciato il
segno nella struttura sociale (e forse nella psiche) dei rom, non hanno
affatto raggiunto l’obiettivo di limitarne il numero, né di allontanarli
dalla metropoli. Anzi.
Spinti da un impoverimento crescente del loro paese d’origine, “aiutati”
dall’apertura delle frontiere con la Romania e forti di riferimenti
organizzati che in Milano hanno probabilmente la roccaforte più importante
a livello nazionale, il loro numero si è moltiplicato, in 10 anni di circa
50 volte. Oggi parliamo di una comunità che, solo nella metropoli, conta
circa 5000 persone; e la cifra raddoppia se calcolata rispetto all’intera
provincia.

Il quadro attuale
Dicevamo di Bovisa. Dopo lo sgombero, le 150 famiglie che vi abitavano
hanno dato vita ad una vera e propria diaspora metropolitana. In parte si
sono divise in alcune delle situazioni pre-esistenti; altre hanno dato
vita a nuovi insediamenti, mentre solo una piccola minoranza ha lasciato
l’Italia.
Il mosaico della comunità quindi si arricchisce e si complica e possiamo
ricondurlo a tre categorie distinte.

1) I campi comunali il cui simbolo è quello di via Barzaghi-Triboniano. Un
campo che nella sua lunga storia ha vissuto tre sgomberi (l’ultimo diede
vita alle barricate del giugno 2007) e che, a fronte di condizioni
strutturali di vivibilità senz’altro migliori che in passato (per spazio
abitabile, elettrificazione e servizi), è soggetto al regolamento
semi-carcerario che va sotto il nome di “Patto per la legalità e la
solidarietà”. Un’invenzione di Caritas e istituzioni locali che vieta la
possibilità di ospitare parenti, di praticare la questua, di organizzare
feste, di operare modifiche alla struttura del campo (per esempio
costruire verande), di incorrere in guai di natura legale e, nei fatti, di
organizzare attività politiche indipendenti.
Insomma un vero e proprio lager, modello di sperimentazione di controllo
sociale e che non manca di far sentire i suoi effetti repressivi: in un
anno 7 famiglie sono state espulse per averlo violato.
Il ricatto è enorme, ma la protesta comincia a serpeggiare e a
organizzarsi nonostante il clima poliziesco instaurato da Caritas e
Comune; e siamo convinti che, presto o tardi, ne vedremo nuovamente delle
belle.

2) Le baraccopoli abusive, che ormai contornano l’intera città e che
vivono la costante minaccia di sgombero, esattamente come Bovisa.
Insediamenti dove cresce la percentuale di operai, in nero e non solo,
prefigurando una condizione che potrebbe presto riguardare una massa
lavoratrice ben più ampia e variegata. Un monito per l’intera classe
lavoratrice schiacciata dalla tenaglia dei salari da fame e dai prezzi
esorbitanti delle case.
Per loro le prospettive immediate oscillano tra sempre più improbabili
ipotesi di creazione di nuove enclavi controllate (tipo Barzaghi per
capirci) e l’applicazione di accordi riguardanti un loro trasferimento
forzato in Romania, con campi allestiti grazie a fondi della comunità
europea e gestiti, guarda caso, sempre dalla Caritas,
In ogni caso si dovrà passare per sgomberi di massa, con possibilità
crescenti che si scatenino nuove lotte autorganizzate.

3) Le occupazioni di case, che, dopo lo sgombero di via Adda, hanno il
loro indiscusso punto di forza nella cascina Bareggiate, occupata dopo tre
mesi dalla caduta del fortino di via Adda dai reduci di quell’esperienza.
Nel corso di quattro anni ci sono stati ben tre tentativi di sgombero
(tutti respinti) e molteplici campagne intimidatorie, politico-mediatiche
e giudiziarie, spesso mettendo nel mirino i bambini. E anche in questo
caso è solo grazie all’autorganizzazione che l’occupazione continua a
resistere e che non c’è mai stato spazio né per gli aguzzini della
Caritas, né per gli avvoltoi dell’associazionismo pacifista che cercano
sistematicamente di ricondurre la lotta negli alvei istituzionali,
condannando i rom alla subalternità e
 alla morte lenta.
Più recentemente, all’esperienza di cascina Bareggiate si sono affiancate
un altro paio di situazioni, che, anche se di consistenza numerica e
politica minore, contribuiscono senza dubbio a indicare la strada, l’unica
percorribile, all’intera comunità.

Conclusioni
Come in ogni guerra ancora in corso, nessuno può prevederne gli esiti
finali. Dipenderà da molti fattori; e per le stesse ragioni che hanno
spinto i rom di cascina Bareggiate a partecipare allo sciopero generale
del 9 novembre, quello determinante sarà lo schieramento attivo della
parte più combattiva del proletariato, capace finalmente di scrollarsi di
dosso i veleni del razzismo e di fare leva sulle proprie capacità in
quanto classe internazionale. Ma non si può guardare a questa prospettiva
in termini astratti, attendisti o ideologici. E quindi, ancora una volta,
spetterà ai rom farsi carico del proprio destino, proseguire nella
battaglia per la casa, autodeterminarsi in quanto parte integrante della
classe lavoratrice, avviare un serio percorso di unificazione, sapendo di
non essere soli.
La battaglia è aperta e la campagna “Via Adda non si cancella” ha sempre
più motivi per proseguire il percorso iniziato ormai da anni e ha bisogno
del sostegno politico di tutti i sinceri rivoluzionari.
Fabio Zerbini

Prossimi appuntamenti:

Contro tutte le guerre, contro tutti gli eserciti

Sabato 24 maggio giornata contro la guerra e il militarismo.
Appuntamento alle ore 10 al Balon – piazza Borgo Dora angolo via Andreis –
per info point antimilitarista con mostra sulle guerre dell’Italia: dal
Kosovo all’Afganistan.
Musica, interventi e ristoro.
Nel pomeriggio info point itinerante sui luoghi del militarismo nostrano.

Federazione Anarchica Torinese – FAI
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