[Ezln-it] Neil Harvey: L’impunita' di Acteal, niente di nuovo

Annamaria annamariamar at gmail.com
Fri Aug 14 16:53:19 CEST 2009


*La Jornada – Giovedì 13 agosto 2009*

* *

*L’impunità di Acteal, niente di nuovo*

*Neil Harvey***

“*Niente di nuovo*.” Questa era la risposta ufficiale quando, quel 22
dicembre 1997, si chiedeva ai poliziotti, ‘che cosa succede ad Acteal?’ Per
sette ore più di cento persone armate e vestite da poliziotti di pubblica
sicurezza compirono il massacro di 45 indigeni indifesi. Vari degli autori
materiali di questo crimine stanno per essere liberati dalla Corte Suprema
di Giustizia della Nazione (SCJN), nonostante le testimonianze dei
sopravvissuti, e questo rappresenta un altro passo indietro per i diritti
umani in Messico.

La difesa degli accusati si basa sui difetti procedurali delle istituzioni
giuridiche incaricate del caso. Come è ben noto, detti difetti sono molto
comuni e colpiscono migliaia di detenuti, soprattutto indigeni ed attivisti
sociali come, per esempio, quelli di Atenco e Oaxaca. Tuttavia, l'argomento
a favore della liberazione degli accusati del massacro di Acteal commette
due errori fondamentali. Il primo è che, contestando le procedure, contesta
anche le accuse fatte dai sopravvissuti, mettendo in dubbio la veridicità
della loro parola. In secondo luogo, l'argomento evita di intendere il
contesto politico di questo massacro, soprattutto la partecipazione di
diverse istituzioni dello Stato nel fomentare le attività dei gruppi
paramilitari.

Bisogna dire che è preoccupante la maniera in cui il tema è stato affrontato
nella trasmissione *Espiral*, la sera di lunedì 10 agosto su Canal 11.

In quel programma, gli analisti – tutti a favore della decisione di liberare
gli accusati – hanno manipolato la verità dei fatti per lo meno in tre punti
centrali. Uno, che le prove erano incongruenti perché i sopravvissuti
dicevano che gli aggressori portavano passamontagna e, pertanto, come era
possibile identificarli con nome e cognome? Secondo, che i testimone erano
confusi e realmente non sapevano quanti aggressori c'erano e chi erano, e
semplicemente fecero una lista con i nomi di più di cento persone che poi
presentarono alle autorità. E, terzo, che non ci si poteva fidare della
parola dei sopravvissuti, se questi dicevano che c'erano 45 persone che
stavano pregando in una cappella di solamente 12 metri quadrati quando
furono assassinati alla schiena. In ognuno di questi punti, i partecipanti
al programma hanno cercato di mettere in dubbio la veridicità della parola
degli indigeni che sopravvissero a questo attacco. Ci hanno provato, ma
hanno fallito.

Basta semplicemente rivedere alcune delle testimonianze per rettificare
questa erronea ed offensiva versione dei fatti. Per esempio, citando 11
testimonianze incluse nell'istruttoria, il Centro dei Diritti Umani Fray
Bartolomé de las Casas (CDHFBC) , spiega chiaramente che i sopravvissuti non
avevano nessun problema ad identificare chi erano gli autori del
massacro. (Vedere:
*CDHFBC, Por la verdad y la justicia: Acteal 11 años 5 meses y 17 días de
impunidad. ¿Cuántos más? 8 de junio de 2009, pp. 29-33*.
http://www.frayba.org.mx/archivo/informes/090608_informe_para_scjn.pdf).

In nessuna di queste testimonianze si parla dell'uso di passamontagna da
parte degli aggressori. Invece, quello che notarono fu la diversità di armi
lunghe e corte che usavano ed il colore nero o blu delle loro uniformi,
nello stile dei poliziotti della Pubblica Sicurezza. Cioè, fu un massacro
"sfacciato." Le stesse testimonianze rendono conto della conoscenza intima
degli assassini. In alcuni casi erano vicini, in altri erano altri membri
della stessa comunità. Dopo avere subito per diversi mesi la persecuzione
dei gruppi paramilitari, per i membri di Las Abejas non era un mistero chi
li voleva ammazzare e non dovevano inventare una lista di nomi per chiedere
giustizia. È anche ben noto che, benché le vittime fossero riunite a pregare
nella cappella, il massacro si è svolto nell'arco di sette ore, durante il
quale gli assassini li hanno inseguiti per tutto il villaggio.

Sebbene l'argomento a favore della liberazione degli accusati si basa sui
difetti procedurali, questo non implica la loro innocenza e vari sono
esattamente quelli identificati nelle testimonianze già citate. Quella che
abbiamo imparato dagli indigeni che sono sopravvissuti all'attacco, è
l'importanza di intendere il contesto politico nel quale è avvenuto il
massacro. Loro parlano dell'esistenza di gruppi che ricevevano armi,
uniformi ed addestramento dalle stesse istituzioni dello Stato, che si
presume abbia come missione la sicurezza di tutti. Negando l'esistenza di
gruppi paramilitari, i difensori degli accusati partecipano alla difesa di
misure di *contrainsurgencia* che portarono alla morte dei 45 indigeni ad
Acteal ed allo sfollamento di migliaia di altri prima e dopo il massacro. Se
non si mettono in discussione le ragioni politiche che stanno dietro il
massacro, come si vuole impedire che in futuro si tornino a commettere
crimini della stessa portata?

La liberazione di questi detenuti non è segno di una "nuova epoca" di
giustizia per la SCJN e la cittadinanza. Neanche convince quando Calderón
manda un messaggio al Congresso degli Stati Uniti dicendo che in Messico si
rispettano i diritti umani, affinché continuino ad affluire gli aiuti de
programma Iniciativa Mérida. Piuttosto, è un'altra prova dell'indifferenza
delle istituzioni quando si tratta di praticare la giustizia. Nel 2009, come
nel 1997, l'impunità continua a regnare ad Acteal, "niente di nuovo."
http://www.jornada.unam.mx/2009/08/13/index.php?section=opinion&article=019a2pol

(*) Professore-ricercatore dell’Università Statale del Nuevo México, Las
Cruces, e autore del volume *La ribellione in Chiapas* (Edizioni Era, 2000)

(Traduzione “*Maribel*”» - Bergamo  http://chiapasbg.wordpress.com )
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