[Redditolavoro] Il golpe turco e le sue conseguenze nello scenario mediorientale

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Wed Jul 20 14:14:32 CEST 2016


Il golpe turco e le sue conseguenze nello scenario mediorientale

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l tentativo di golpe che è andato in scena in Turchia nella notte tra il 15
ed il 16 luglio rappresenta il punto di precipizio di tredici anni di
storia recente del paese anatolico avviluppati intorno alla figura di
Tayyip Erdogan, fondatore dell'AKP.

Abbandonati da tempo i panni del leader che ha guidato le trattative per
l'adesione della Turchia alla UE, Erdogan ha seguito negli ultimi anni, in
particolare dall'esplosione della grande crisi nel 2008, una politica
costruita intorno all'ambizione di trasformare la Turchia non solo in un
interlocutore necessario per le faccende mediorientali, ma in una vera e
propria potenza regionale riconosciuta. L'asse portante di questo progetto
è la ristrutturazione istituzionale che Erdogan e l'AKP portano avanti da
anni, permessa da una decennale espansione economica, e incentrata su una
lenta e moderata ma costante islamizzazione dello Stato.
La chiave di volta per lanciare internazionalmente il progetto è stata
l'esplosione delle primavere arabe, che Erdogan ha cercato di cavalcare al
massimo grado per accreditarsi come guida politica dell'islam sunnita
moderato.

Nei confronti dell'Unione Europea, Erdogan ha mantenuto negli anni un
atteggiamento opportunista, debuttando come campione dell'europeismo nei
primi anni del suo governo quando il progetto UE era ancora sulla cresta
dell'onda, ma tendendo a costruire relazioni più vantaggiose, ma non per
questo idilliache, con gli stati dell'Unione con cui la Turchia è
economicamente più esposta (la Germania è per la Turchia il primo paese per
esportazioni ed il secondo per importazioni), più che una vera politica di
ingresso.
Con l'avanzare della crisi e l'impasse del progetto dell'UE, la Turchia ha
spostato sempre più il proprio baricentro politico verso il Medio Oriente,
scontrandosi però con la realtà delle macerie che il fallimento delle
rivoluzioni arabe hanno lasciato. Non è un caso che l'ultima fase della
politica estera di Erdogan sia stata segnata da una vera e propria
spregiudicatezza per quanto concerne la guerra civile siriana: per
perseguire il doppio obbiettivo dell'abbattimento di Assad e dello
schiacciamento del movimento curdo, il presidente turco non ha esitato a
sostenere più o meno indirettamente l'ISIS, in particolare per quello che
riguarda la capacità di movimento e di spostamento lungo i confini turchi,
cercando in tutti i modi di ostacolare la resistenza curda e aggiungendo
all'atavico odio per i curdi il malcelato desiderio di trarre beneficio da
una “balcanizzazione” della Siria, strappandone i territori settentrionali.

L'ambizioso progetto di affermarsi come “sultano democratico” ha iniziato a
conoscere le prime battute d'arresto con il precipitare nella barbarie
delle primavere arabe e con il tracollo, l'uno dopo l'altro, di ciascuno
dei suoi alleati nei paesi chiave; dall'affermazione di Al Sisi in Egitto a
discapito dei Fratelli Musulmani e di Morsi; dalla perdita del governo del
partito di Ennahda in Tunisia fino al precipitare della situazione siriana.
Mano a mano che lo scenario si è andato complicando, Erdogan ha dato prova
di straordinario eclettismo tattico e di assenza di scrupoli: nel pieno
delle primavere arabe ha giocato la carta obbligata della difesa degli
interessi arabi contro Israele, arrivando ad un fronteggiamento di facciata
col governo sionista tra il 2008 ed il 2012, periodo che va dalla guerra
d'aggressione israeliana a Gaza (Operazione Piombo Fuso) fino all'incidente
della Mavi Marmara in cui i commandos israeliani uccisero dieci cittadini
turchi sulla nave che tentava di sfidare il blocco di Gaza.
La mancata caduta di Assad e il ruolo sempre maggiore dei curdi nella
guerra all'ISIS hanno spinto Erdogan fino a fargli tirare la corda con la
Russia di Putin arrivando all'incidente dell'abbattimento del caccia russo.
L'isolamento internazionale e il logoramento nei rapporti con tutti i paesi
vicini che la sua politica estera da saltimbanco ha prodotto, hanno portato
Erdogan a scendere recentemente a più miti consigli, aprendo a un
raffreddamento della tensione con la Russia e siglando un accordo storico
con Israele al ribasso che è suonato come una vera e propria resa delle
ambizioni di guida politica del mondo sunnita.

In uno scenario così complesso, hanno fatto irruzione tre diverse
mobilitazioni contro Erdogan e il suo governo, da tre versanti diversi: in
prima battuta, l'erompere delle straordinarie e drammatiche settimane della
rivolta popolare partita da Gezi Park nel maggio del 2013, e sfociata in un
vero e proprio movimento anti-Erdogan, contro le sue leggi liberticide e la
sua politica guerrafondaia in Siria. La polizia di Erdogan ha represso
ferocemente il movimento, che ha contato anche numerosi morti, ma ha aperto
uno squarcio nella solidità e nella credibilità di Erdogan come leader
politico nazionale e internazionale agli occhi delle forze imperialiste e
dello stesso capitalismo turco.
L'anno successivo, nell'ottobre del 2014, sono i curdi turchi a sollevarsi
in una vera e propria intifada che coinvolge tutto il sud-est del paese
contro Erdogan, smaccatamente lanciato nella sua politica di sostegno
all'ISIS in funzione tanto anti-Assad quanto anti-resistenza curda in
Rojava, sotto attacco delle milizie dell'autoproclamato califfato islamico.
A queste due straordinarie rivolte popolari si è sommata tra il maggio ed
il giugno del 2015 un'ondata di scioperi selvaggi organizzati dai
lavoratori metalmeccanici turchi contro i divieti al diritto di sciopero
imposti dal governo a guida AKP, portando, finalmente, delle rivendicazioni
propriamente classiste nell'arena politica turca.
Il combinarsi di tutti questi elementi ha arenato le ambizioni del
presidente turco e aperto esplicitamente una fase di crisi di consenso
anche interno, culminata col l'arretramento elettorale delle elezioni del
giugno 2015 e, contemporaneamente, aperto la fase dello stragismo di Stato
per tutta la seconda metà del 2015, culminata con la strage del 10 ottobre
al corteo per la pace. Le elezioni di fine 2015 consegnano una Turchia
spaccata tra il sostegno nuovamente sopra il 50% all'AKP, con tanto di
maggioranza parlamentare assoluta (ma non sufficiente per le riforme
istituzionali presidenziali desiderate) da un lato, e il mantenimento della
rappresentanza parlamentare dell'HDP curdo e la tenuta del partito
tradizionale della borghesia europeista turco, il Partito Popolare
Repubblicano, sopra il 25%.


*IL TENTATIVO DI GOLPE, PUNTO DI PRECIPIZIO DELLA CRISI IN TURCHIA *

Al netto dei suoi aspetti tecnici ancora tutti da chiarire, il tentativo di
golpe militare andato a vuoto segna una spaccatura netta nella borghesia
turca tra il fronte europeista (forse sarebbe più corretto dire
“occidentalista”) e il fronte di Erdogan, che a questo punto potremmo
chiamare neo-ottomano, stante la fusione di interessi di potenza regionale
e islamizzazione delle istituzioni e della società. La politica spericolata
di Erdogan, il continuo muoversi sul filo del rasoio nei rapporti con
l'Occidente e con l'UE, le disavventure siriane, il raffreddamento della
tensione con la Russia e l'altalena con Israele segnano il punto di una
fase di enorme destabilizzazione di quello che dovrebbe essere il
principale baluardo NATO in Medio Oriente. In questo quadro i golpisti
hanno cercato la complicità dell'Occidente: non è un caso che i media
internazionali nelle primissime fasi del putsch riportassero dei
virgolettati accreditati ai portavoce dei militari che parlavano di “azione
per riportare democrazia e libertà”.
La criticità della situazione turca e dei suoi rapporti con il mondo
occidentale si misura per intero nelle lunghe ore di ambiguo silenzio che
hanno preceduto i primi pronunciamenti formali, con il paradosso dell'aereo
presidenziale dato in volo per l'Europa senza che nessuno dei governi amici
ne autorizzasse l'atterraggio. Solo quando il quadro si è andato delineando
con chiarezza, Obama e Merkel hanno rotto gli indugi prendendo le parti del
“governo democraticamente eletto”.
Silenzi che testimoniano quantomeno la volontà di rimanere in un primo
momento alla finestra, per capire il da farsi, e che sono indice
dell'imbarazzo che il campo occidentale ha nelle sue relazioni con Erdogan.
Ma forse anche la malcelata speranza di poter fare i conti con una Turchia
stabilizzata senza il suo presidente, e proiettata di nuovo verso l'Europa
e l'Occidente, senza più ambizioni “ottomane”.

Tre fattori politici hanno inciso a cascata sul fallimento del golpe: in
primo luogo il consenso di massa che Erdogan mantiene in ampi settori di
piccola borghesia e di proletariato turco che ha saputo mobilitare in sua
difesa, consenso che solo fino a un anno fa sembrava evaporare; in seconda
battuta, l'impasse del progetto dell'Unione Europea e l'aggravarsi della
sua crisi economica e politica (di cui la Brexit rappresenta l'ultimo
tassello in ordine di tempo) hanno enormemente indebolito l'appeal che un
progetto di integrazione turca in Europa poteva avere, togliendo ossigeno
al fronte occidentalista e kemalista e continuando invece a soffiare il
vento, sia pure altalenante, nelle vele dell'AKP - e che è servito
esattamente a tenere sotto la brace la base di massa del consenso che si è
manifestato nel riversamento in piazza di migliaia di manifestanti a difesa
del presidente; in terza battuta, l'irrisolta crisi mediorientale mantiene
la Turchia nella condizione privilegiata di essere un ingranaggio
fondamentale nell'area malgrado la politica estera da saltimbanco del suo
leader, e questo, unito alla debolezza delle alternative politiche borghesi
turche, ha fatto sì che dall'Occidente non venisse un immediato via libera
- esplicito o meno - al tentativo dei golpisti, fattore che nelle ore
decisive ha senz'altro contribuito a limitare l'adesione di altri settori
delle stesse forze armate.
Il combinato disposto di questi tre fattori ha contribuito al fallimento
del golpe e alla vittoria di Erdogan, che è potuto atterrare all'aeroporto
di Istanbul, facendosi salutare da quel bagno di folla che ogni aspirante
Bonaparte non può farsi mancare.

L'esito del tentativo di golpe consegna un Erdogan non solo sopravvissuto,
ma con un suo straordinario rafforzamento e rilancio politico, almeno nel
breve periodo, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale.
L’immediata, seppur temporanea, chiusura della base di Incirlik, punto
nevralgico delle operazioni americane per la guerra civile siriana, ha
fatto da base materiale al braccio di ferro diplomatico che il presidente
turco ha subito avviato nei confronti dei suoi formali alleati atlantici,
il cui asse è la richiesta agli USA della consegna di Fethullah Gülen, l’ex
alleato, poi acerrimo nemico di Erdogan, rifugiato negli States dopo gli
scandali per corruzione che dilaniarono l’AKP nel 2013, scandali nei quali
Erdogan ha sempre sostenuto essere parte attiva il movimento Hizmet di
Gülen.
Tramontato in questa fase il sogno di guidare il mondo arabo sunnita, il
presidente turco può tentare di sfruttare l’ossigeno riconquistato
sconfiggendo il golpe a partire almeno da due punti cruciali tra loro
combinati, su cui può tornare a giocare delle carte importanti.
Dal versante curdo, la simpatia dei governi occidentali che i combattenti
del Rojava si sono guadagnati con la forza della loro resistenza in prima
fila nella lotta all’ISIS può far emergere i curdi come elemento
negoziatore nella regione, con esiti potenzialmente deflagranti nella
politica interna turca, anche dopo i lunghi anni di trattative tra il PKK
di Ocalan e l’autorità turca, e malgrado la presenza del Kurdistan iracheno
a guida Barzani, più interessato a gestire l’estrazione autonoma del
petrolio nell’alveo dell’Iraq e a rivenderlo alla stessa Turchia che non a
perseguire un progetto di unità nazionale kurda. Un Erdogan redivivo può
sperare di imporre un veto a questa possibilità.
L’altro punto riguarda la questione dei migranti e dei profughi, argomento
di tensioni già particolarmente acute e sempre crescenti tra Turchia ed UE,
in particolare con la Germania; argomento che adesso potrebbe essere
utilizzato come arma di ricatto con ancora più vigore.

La straordinaria mobilitazione della sua base sociale di riferimento in sua
difesa ha svelato un enorme potenziale plebiscitario cui Erdogan non ha
tardato a tentare di dare continuità (l'appello “restate in piazza”), col
preciso scopo di consolidare un nuovo rapporto di forza a livello generale
che segnerebbe la fine della grande fase di ascesa dei movimenti
anti-Erdogan partiti da piazza Taksim, proseguiti con la sommossa kurda di
fine 2014 e giunta ai tentativi di alzare la testa da parte della classe
operaia industriale turca nel 2015. La crisi di consenso che Erdogan ha
incontrato in questo biennio e culminata con la débâcle elettorale delle
elezioni del giugno 2015, surrettiziamente arginata nella fase dello
stragismo di Stato, ha conosciuto un primo arresto con le ultime elezioni.
Oggi questa fase appare chiusa, ed Erdogan può vantare un rinnovato
consenso che può essere, e sarà, investito dal presidente turco per
completare il proprio disegno istituzionale reazionario, già in buona parte
avviato, e che aveva recentemente conosciuto il passaggio dell’abolizione
dell’immunità parlamentare, come arma contro le opposizioni: la tanto
agognata riforma presidenziale (con annessa guardia pretoriana
presidenziale) potrebbe passare attraverso un referendum che rischia di
essere plebiscitario e che consegnerebbe ad Erdogan non solo ampio margine
di manovra nella stretta autoritaria interna, ma anche la possibilità di
presentarsi di nuovo al mondo come garante forzato della democrazia e della
stabilità. Tale passaggio conosce in queste ore gli innumerevoli arresti e
le purghe di enormi fette di società turca.

Su tutto questo giocheranno ovviamente un ruolo le resistenze sociali e la
dinamica della lotta di classe. Lo stato dell'arte di oggi ci consegna
importanti lezioni sul ruolo che la sinistra politica e sociale ha giocato
negli anni passati, dei suoi errori e dei compiti che attendono i
rivoluzionari per invertire la rotta.


*IL RUOLO DEI RIVOLUZIONARI *

Una stagione straordinariamente difficile si apre in Turchia per i
rivoluzionari. Non è dato sapere ancora in che forme la stretta autoritaria
di Erdogan ne limiterà ancora di più l’agibilità politica, o se addirittura
arriverà a minacciarla per intero. Quello che è certo è che una grande
stagione di mobilitazione, apertasi con la rivolta di Gezi Park, si è oggi
chiusa. Il rovescio negativo dei due anni, pur straordinari e drammatici,
di lotte contro il potere di Erdogan è stata l’assenza del movimento
operaio organizzato con le sue proprie forme di lotta dall’arena dello
scontro. La ribellione di Gezi Park, nata in prima battuta sull’onda di un
movimento ambientalista, si è rapidamente trasformata come reazione alle
violenze poliziesche in un grande movimento di massa contro il governo.
Questo movimento era caratterizzato da una composizione eterogenea ed
interclassista, in cui le rivendicazioni più incisive, come ad esempio
quella per uno sciopero generale prolungato sino alla cacciata del governo,
non erano sul piatto nelle settimane della mobilitazione, se non come
rivendicazioni minoritarie dei marxisti rivoluzionari del DIP (Devrimsci
Isci Partisi, Prtito Rivoluzionario dei Lavoratori).
Questa assenza ha impedito al movimento ogni salto qualitativo in avanti e
ha concorso ad indebolirlo, prestando il fianco alla reazione poliziesca.
L’altro grande assente da Gezi Park, in forma organizzata, è stato il
movimento kurdo: sorpresa dall’esplosione della ribellione nel bel mezzo
delle trattative per il processo di pace portate avanti da Ocalan e dal
PKK, la direzione del movimento kurdo ha preferito non rischiare di mandare
a monte il processo in corso e ha scelto un profilo defilato per rimanere
marginale nello scontro. Il prezzo pagato dai kurdi per il fatto che
Erdogan sia rimasto al potere è stato altissimo: non solo la Turchia ha
favorito in tutti i modi possibili l’ISIS, sperando che questo schiacciasse
la resistenza di Kobane e della Rojava, ma ha scatenato, a seguito della
ribellione kurda del 2014, una vera a propria guerra civile poliziesca
contro i suoi stessi cittadini kurdi nel sud-est del paese, di cui
l’assedio di Cizre, con decine di morti, feriti, sospensione dell’energia
elettrica, shut-down di ogni forma di comunicazione, è l’emblematico
sigillo.

Le direzioni della sinistra turca e delle principali organizzazioni kurde
non sono esenti da responsabilità per lo stato attuale dei rapporti di
forza nell’area. Le sinistre politiche riformiste o centriste, tanto turche
quanto kurde, hanno sperato, dopo i risultati del 7 giugno 2015, di poter
disarcionare Erdogan investendo elettoralmente le grandi ribellioni degli
anni passati. In quei mesi si ventilava l’ipotesi di una grosse koalition
turca intorno al partito liberale borghese CHP; un fronte eterogeneo che
avrebbe avuto il sostegno più o meno indiretto dell’HDP ma anche delle
organizzazioni legate a Fetullah Gulen.
Lo scioglimento del parlamento ad agosto, lo stragismo e il risultato
elettorale di novembre, hanno scombinato ancora una volta le carte in
tavola, e questo ha probabilmente contribuito a precipitare gli eventi del
golpe. In uno scenario la cui complessità è paragonabile solo alla sua
drammaticità, il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori si è trovato in
solitaria ad indicare la strada corretta: gli unici alleati possibili per
il popolo kurdo sono il proletariato turco e quello arabo. Non c’è amicizia
possibile per i lavoratori turchi e arabi e per il popolo kurdo con le
borghesie imperialiste, almeno quanto non c'è possibile amicizia con
l’odiato Erdogan e il suo progetto ottomano. Sperare, tanto dentro la
Turchia quanto fuori dai suoi confini, che l’imperialismo possa diventare
un alleato dei kurdi per riconoscenza, per il ruolo che sostengono nella
lotta contro l’ISIS, significa non avere il senso della realtà. La lotta
esemplare di resistenza che i combattenti del Rojava oppongono al fascismo
islamista di Al Baghdadi e del suo sedicente califfato non può diventare
una merce di scambio per sperare di ottenere il favore di qualche
benefattore imperialista, giocando sull’incredibile caos in cui è
precipitato tutto il Medio Oriente, perché il risultato è facilmente
pronosticabile: la svendita della lotta fondamentale per l’emancipazione e
per l'unità del Kurdistan.

Eppure le principali direzioni kurde mantengono posizioni con
l'imperialismo che oscillano tra l’apertamente colluso e il pericolosamente
ambiguo: il PDK di Barzani, al potere nell’Kurdistan irakeno, come detto, è
una forza borghese che lavora con il preciso intento di massimizzare i
profitti derivati dall’estrazione del petrolio, e in cambio si pone come
garante della rimozione della questione nazionale kurda, fungendo al
contempo anche come bilanciamento al PKK.
Il PKK, che da par suo è da anni impegnato in un lungo braccio di ferro col
governo turco per ottenere un’analoga autonomia federale amministrativa, e
la sua propaggine siriana - il PYD - governa la regione del Rojava, dove è
impegnato, come detto, nella strenua lotta di prima linea contro l’ISIS.
Malgrado ciò, il suo obbiettivo politico in questa fase non è
l’unificazione del Kurdistan, né tanto meno lo spezzamento dell’attuale
sistema statale e la costruzione di un Kurdistan socialista, bensì
l’investimento del peso militare che ha assunto nell’area nella
negoziazione di spazi di autonomia federale, rispettosa del capitalismo e
della proprietà privata.
Le vicende del proletariato turco, di quello arabo e quelle del popolo
kurdo sono intrinsecamente connesse.

La soluzione della questione kurda, la conquista dell’unità nazionale, non
può che avvenire se non in un quadro di rottura della geografia che la
borghesia ha disegnato per il Medio Oriente addirittura più di cent’anni
fa, mettendo in discussione i confini degli stati borghesi esistenti a
partire dalla Turchia stessa. Proprio per questo motivo, non esiste alcuno
spazio democratico possibile per la soluzione della questione nazionale
kurda, esattamente come non esistono spazi democratici di stabilizzazione
del Medio Oriente all’interno del capitalismo in crisi.
Da rivoluzionari, siamo completamente a sostegno dell’attività dei compagni
del DIP, impegnati nella prospettiva della costruzione dell’alleanza tra la
classe operaia turca e il popolo kurdo, unico binomio in grado di squassare
le fondamenta dello stato turco.
*Il rilancio della prospettiva di una federazione socialista araba, la
rivendicazione dell’unità del proletariato turco con quello arabo e la loro
alleanza con i popoli oppressi kurdo e palestinese, la messa in discussione
dell’esistenza dei confini borghesi e del progetto politico sionista
d’Israele, sono i punti cardine fondamentali che indicano l’unica via
d’uscita possibile al macello in corso in Medio Oriente. *
In questo quadro, la necessità della rifondazione di un partito
internazionale della rivoluzione si fa ogni giorno più urgente. È lo
strumento che serve al proletariato di tutto il mondo per unirsi nella
comune battaglia contro il capitalismo in crisi, contro gli imperialismi di
ogni colore che si avventano su ogni lembo di terra per contendersi fino
all’ultima unghia di profitto e di potere, contro gli aspiranti tiranni
come Erdogan e i tiranni già di fatto come Al Baghdadi.
Il PCL, con tutti i suoi militanti, è impegnato quotidianamente in Italia
come sul piano internazionale nella battaglia fondamentale per la
rifondazione della Quarta Internazionale.
Nicola Sighinolfi

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