[Redditolavoro] La Grecia, i riformisti e il principio di realtà

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Thu Sep 24 08:58:14 CEST 2015


La Grecia, i riformisti e il principio di realtà

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L'esultanza festante dell'intera sinistra riformista italiana (ed europea)
per la nuova vittoria di Syriza alle elezioni anticipate di domenica scorsa
e la riconferma del governo Syriza-Anel ha tutto il sapore di una
spettacolare fuga dal presente, dall'evidenza, nel momento stesso in cui
l'evidenza ci afferra tutti e si impone (e si imporrà) in maniera
irrefutabile, più di quanto si sia imposta durante l'intera vicenda della
Syriza di governo, ben prima del torrido luglio referendario.
Non fosse che i riformisti non sanno cosa farsene dell'evidenza, neanche
quando ci sbattono con la testa addosso. La spietatezza dei fatti non è
bastata a ridestarli dall'ebbrezza di un mesto tripudio di fine estate. C'è
da temere che non basterà neanche in futuro.

Dopo aver sparso a piene mani per mesi speranze sulla bontà della strategia
di Tsipras, sulla sua lungimiranza, sull'adeguatezza del suo programma, sul
fatto che si dovesse e si potesse provare a portare a più miti consigli la
troika e i governi liberali di centrodestra e di centrosinistra
dell'eurozona... rieccoli di nuovo, i riformisti, con Tsipras di nuovo in
sella dopo essersi scrollato la polvere di dosso, a ricominciare come se
nulla fosse a riproporre letteralmente le stesse identiche ricette e parole
d'ordine e a cantare ancora le beatitudini del «giovane leader» combattente
e delle magnifiche sorti a lui affidate.

«Chi pensava di aver chiuso si è sbagliato» (Ferrero); la vittoria «riapre
completamente la partita» (Vendola); «la partita è ancora aperta!» ripete
in coro la sinistra di governo, non rendendosi conto che se la partita
potrà dirsi ancora aperta non è e non sarà grazie a Tsipras, ma nonostante
Tsipras. E continuerà ed essere aperta, nelle piazze e nei luoghi di
lavoro, per effetto della lotta di classe e della non rassegnazione a
subire i colpi mortali del terzo memorandum (fosse pure somministrato da un
governo di "sinistra radicale") da parte di milioni di lavoratori greci,
gli stessi che ieri hanno votato Syriza e l'altro ieri Pasok.
«Volevano liberarsi dell'anomalia greca», mette in guardia Marco Revelli
(Il Manifesto, 23/9). Ma "l'anomalia greca" che non smette di incantare i
riformisti, cioè quella di un piccolo partito della sinistra radicale
trascinato al potere dalla pressione di un formidabile ciclo di lotte
operaie e di mobilitazione popolare durato anni, si è ormai da luglio
rovesciata in un'altra "anomalia", dal segno tristemente opposto, e cioè
nell'anomalia di un partito della sinistra radicale che, unico caso e per
la prima volta fra i partiti che si collocano a sinistra dei defunti
partiti ex socialdemocratici, gestisce ed applica in prima persona le
stesse politiche di feroce restaurazione capitalistica che ha combattuto
fin dalla nascita. E che proprio per averle combattute è stato preso a
riferimento e portato al governo.
E invece no, Tsipras è lì «più vivo che mai», «a lottare per quello che ha
sempre chiesto: ristrutturazione del debito, abbandono delle folli
politiche d'austerità, radicale riscrittura dei trattati, politiche
redistributive...», continua Revelli. C'è qualcosa di tecnicamente
psicotico in questo meccanismo di negazione e di rimozione di ogni minimo
principio di realtà. E che permette di non vedere ciò che separa la più
amara delle sconfitte, cioè quella arrivata dopo non aver neanche
combattuto, dalla più ingenua delle illusioni, cioè quella di poter
ottenere oggi ciò che non si è ottenuto ieri, e ottenerlo con gli stessi
discorsi, con gli stessi metodi, con gli stessi contenuti, e ovviamente con
lo stesso personale politico, salvificamente sanzionato dalle sacre urne
elettorali.

O forse, chissà, è proprio in questo personale politico e in questa
leadership, a partire da Tsipras in persona, leadership del resto ormai
così vicina a loro e così "immedesimabile", che risiedono le intime
speranze dei capi riformisti italiani. E quindi le speranze
dell'irresistibile vittoria che questa volta di sicuro arriverà. Così
dev'essere, a sentire Norma Rangeri, per la quale «Tsipras non è solo un
tribuno, ha il fiuto del politico e la stoffa del lottatore. Ha commesso
qualche errore? Nessuno è perfetto.» (Il Manifesto, 22/09). Tsipras ha
capito l'importanza dell'«appello al popolo» e «il rapporto di affidamento
dell’elettorato al leader» le fa eco Elettra Deiana (1), che di affidamento
al leader se ne intende (dagli adoranti di Fausto agli adoranti di Alexis,
passando per Nichi).
E che d'altronde, a parte il leader e la sua invincibilità, tutto il resto
conti niente lo ammette - onore all'onestà - la stessa Deiana, costretta a
riconoscere che le posizioni, le azioni e i programmi, a partire da quello
di Salonicco, siano ormai nient'altro che un «fantasmatico sottotesto
sentimentale». Complimenti, non lo si saprebbe dire con parole migliori!

La negazione psicotica, si sa, è una forma di difesa. E da cosa debbano o
vogliano difendersi i paladini di Tsipras e della resa ineluttabile e
preventiva forse è chiaro. Non da «chi ha paura di un nuovo inizio», per
dirla sempre con Revelli (quale inizio, poi?). Ma da chi vuole iniziare a
non avere paura dello scempio di questo sistema politico ed economico che
si chiama capitalismo, e vuole mandarlo gambe all'aria, dalle fondamenta.
Eccolo il vero nuovo inizio. L'alternativa, l'unica, sono i destini
obbligati e sempre uguali ai quali i riformisti vogliono condannarci, e che
abbiamo già vissuto. Sogni infranti.


(1)
http://www.sinistraecologialiberta.it/notizie/la-transizione-greca-e-la-partita-aperta-in-europa/

*Sergio Leone*

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