[Redditolavoro] intermezzo (quasi) filosofico: la rivoluzione mancata

cybergodz cybergodz at ecn.org
Mon Jan 18 18:16:48 CET 2010


hola tutti/e,
fr crisi finanziarie e giramenti di palle vari, fatevi questa rilassante 
lettura :-)
giro una recensione su un libro uscito abbastanza di recente che 
personalmente trovo veramente interessante ed anche attuale.
byebye

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http://minusha.wordpress.com/

LA RIVOLUZIONE MANCATA
o come accadde che la rivoluzione, che sembrava ad un passo, venne 
tradita per l'ennesima volta


È uscito nel 2009, per le edizioni "zero in condotta", un libro 
decisamente interessante dal titolo "Ribelli senza congedo". L'autore, 
Marco Rossi, peraltro non nuovo a ricerche sottili ed importanti quali 
questa, capaci di mettere in rilievo lati oscuri della storia ufficiale 
ed aspetti spesso volutamente nascosti ma invece determinanti per capire 
certi eventi, affronta con questo testo un tema alquanto spinoso e una 
questione che possiamo considerare a tutt'oggi irrisolta.
Il tema è quello della resistenza, affrontato però secondo un'ottica 
diversa da quella della storiografia ufficiale, la quale ne minimizza 
l'importanza e chiude anticipatamente il capitolo; la questione quella 
della "rivoluzione mancata" che, verso la fine della seconda guerra 
mondiale e nel primo dopoguerra, sembrava essere ad un passo ma che 
venne ancora una volta osteggiata, tradita e bloccata proprio da coloro 
che, a parole, la promuovevano. Questo libro apre così lo sguardo 
sull'ennesimo capitolo di una "storia dell'infamia" che ha svolto un 
ruolo tanto importante nella storia d'italia ma non solo. Nello 
specifico caso italiano è degno di nota come tra i principali 
protagonisti di questa particolare storia ci siano uomini e movimenti 
politici che erano nati, almeno sulla carta, per favorire 
l'emancipazione e la liberazione umana, a partire da quella dei più 
deboli e dei più poveri. In particolar modo, il PCI e la sua schiera di 
vassalli, che ha recitato in questo senso la parte più importante, 
frenando e normalizzando il popolo ogni volta se ne presentasse la 
necessità e stigmatizzando e combattendo ogni impeto rivoluzionario 
quanto nessun partito di destra avrebbe mai potuto fare. Il libro di 
Marco Rossi scruta in questa melma e ci mette di fronte una volta di più 
a malefatte che ancora oggi si cerca di nascondere, nonostante sia 
passato più di mezzo secolo e molte cose siano venute in chiaro, a 
cominciare dunque da responsabilità e ruoli nella mancata (benché a 
parole sempre promessa) emancipazione del proletariato dai vincoli della 
invece sempre vezzeggiata e supportata (benhé a parole sempre ripudiata) 
società del capitale.
Ma vediamo più nel dettaglio cosa ci dice il libro stesso.
Innanzitutto, che la stessa data del 25 aprile 1945, ufficialmente 
riconosciuta come l'anniversario della liberazione dal fascismo, è 
quanto mai posticcia e decisa ad arte, con scopi precisi e 
"politicamente scorretti": con questa data infatti "... si vorrebbe far 
iniziare e concludere l'insurrezione popolare contro il fascismo e 
l'occupazione nazista, negando che quella guerra civile e sociale aveva 
un 'prima' e, soprattutto, che conobbe un 'dopo'  tutt'altro che 
composto e riconciliato sotto la bandiera della cosiddetta pacificazione 
nazionale". (p.7)
I partigiani infatti (specie al nord, all'epoca evidentemente non ancora 
contaminato da squallide ideologie leghiste), ma anche tutti coloro che 
speravano in una conclusione diversa della guerra al fascismo e al 
nazismo - in una conclusione cioè che avesse come esito una società 
diversa, socialista ed egualitaria, e non la macabra riproposizione 
della versione rammodernata (ma nemmeno troppo) della società classista 
e capitalista che aveva portato a quella stessa guerra - tutti questi 
insomma non si accontentarono certo di un formale "cessate il fuoco", 
oltretutto poco dopo accompagnato da offensive e vergognose oscenità 
come l'armistizio per i fascisti firmato dal "compagno" togliatti o il 
reintegro di quasi tutti i prefetti della dittatura fascista, mossa 
quest'ultima che la diceva lunga sul tipo di società post-bellica che si 
andava preparando. Finita la guerra, e presa coscienza del tipo di 
macchinazione in atto, molte bande partigiane si ricostituirono e 
tornarono sui monti, pronte a riprendere la lotta per una più autentica 
liberazione. Questo episodio, cancellato con un colpo di penna da tutti 
i manuali di storia, rappresenta un boccone ancora difficile da digerire 
per la storiografia ufficiale, specie di "sinistra". Eppure, il fenomeno 
non fu di poco conto, e ben difficile da gestire. Il PCI come sempre si 
mostrò particolarmente zelante nel reprimere o nell'aiutare la 
repressione di questo fenomeno di "ribellismo diffuso". Già con la 
svolta di Salerno del '44, con la quale riconobbe, in nome dell'unità 
della nazione, la monarchia, ma prima ancora, intitolando le sue 
formazioni partigiane all'eroe nazionale Garibaldi -- preoccupato che la 
lotta partigiana potesse deviare verso una lotta di classe -- il PCI di 
Togliatti rese ben palese quale fosse l'esito del conflitto che gli 
interessava e verso il quale stava lavorando. Come da manuale, questo 
partito appiccicò subito ai ribelli l'etichetta di "elementi 
provocatori" che volevano impedire il ritorno alla legalità e all'ordine 
e chiese al CLN e a tutti i partiti di riconoscere solo l'ANPI -- 
organismo sotto il suo controllo - come unica organizzazione 
rappresentativa dei partigiani. Queste misure non ebbero comunque molto 
successo, come non ebbero successo le calunnie nei confronti dei 
partigiani, calunnie come quelle sulle famose "rese dei conti" e gli 
abusi commessi, che vengono ripetute ad ogni pie' sospinto anche oggi, 
ma che restano di fatto senza fondamento. Giusto per farsi un'idea, se 
dopo la liberazione ci furono vendette e violenze, "si trattò comunque 
di una violenza ... che assunse dimensioni anche inferiori rispetto a 
quanto si sarebbe potuto preventivare dopo oltre un ventennio di 
dittatura e quasi due anni di guerra civile. In Francia, in confronto, 
furono arrestati circa un milione di collaborazionisti, mentre le 
esecuzioni sommarie sono state stimate nell'ordine di diverse decine di 
migliaia e le sentenze capitali eseguite superarono le 700. Anche 
riguardo l'epurazione, 'nella classifica di severità compilate dagli 
studiosi stranieri, al primo posto viene il belgio, all'ultimo l'italia. 
L'epurazione italiana fu, relativamente, più mite di quella del 
lussemburgo'". (p.17).
In altre parole, in italia per i fascisti andò tutt'altro che male: 
secondo il rapporto voluto dal ministro dell'interno del governo de 
gasperi, un'indagine presso tutte le prefetture italiane stabilì che i 
fascisti giustiziati dopo la fine della guerra furono 8197. Se a questo 
aggiungiamo il grande favore che il guardasigilli togliatti, con decreto 
presidenziale del 22 giugno 1946, fece ai fascisti amnistiandoli in 
massa e permettendone il reintegro nelle varie funzioni statali (mentre 
i partigiani accusati di violenze avvenute anche durante la guerra 
restavano in carcere), il tutto entro un clima di restaurazione 
capitalistica guidato dagli USA che nasceva a danno dei lavoratori e del 
popolo intero, non è difficile comprendere i motivi che spinsero 
numerose formazioni partigiane a ritrovarsi e tornare sui monti.
L'atto dunque che fece veramente sussultare i partigiani e tutti coloro 
che avevano lottato contro il nazi-fascismo, la vera e propria goccia 
che fece traboccare il vaso, fu questo armistizio per i fascisti firmato 
da Togliatti nel '46 nella sua veste di ministro di grazia e giustizia 
del governo Parri. Quale che fosse il calcolo politico con il quale 
venne a posteriori motivato (per ottenere voti fascisti a favore della 
repubblica nell'imminente referendum, per la "pacificazione nazionale", 
per favorire accordi di governo e così la fantomatica lenta penetrazione 
nelle istituzioni borghesi etc.etc.), questa mossa venne interpretata da 
gran parte movimento partigiano come l'ultimo passo di una serie di 
provvedimenti anti-popolari dettati da interessi politici ed economici 
interessati a ripristinare la situazione antecedente alla fine della 
guerra. A rincarare la dose, il fatto che quest'amnistia non valeva per 
gli antifascisti e i partigiani, "processati e condannati anche a lunghe 
pene detentive per presunti reati commessi prima, durante e 
immediatamente dopo la Resistenza", (p.34) condanne emesse peraltro da 
una magistratura fascista prontamente reintegrata al suo posto. "A 
completare il desolante quadro di generalizzata indulgenza per i 
fascisti, nel dicembre '53 sarebbe intervenuto un indulto presidenziale 
'per i reati politici e quelli connessi, e per i reati inerenti a fatti 
bellici commessi da chi fosse appartenuto a formazioni armate del'8 
settembre 1943 al 18 giugno 1046', con cui venivano equiparate le 
brigate nere alle formazioni partigiane. Al dicembre 1952, il ministero 
di grazie e giustizia giunse ad 'escludere che vi siano stati condannati 
per collaborazionismo i quali abbiano interamente espiato la pene loro 
inflitta'". (p.35)
La reazione non si fece attendere: scoppiarono tumulti un po' ovunque, e 
nacquero formazioni come la "Volante Rossa" che organizzarono una vera e 
propria caccia ai criminali fascisti tornati in libertà. Tuttavia i 
comandi alleati, instauratisi al potere una volta finita la guerra, con 
la complicità dei loro vassalli di destra e di sinistra, si adoperarono 
per tamponare questa emergenza. Più ancora però, restaurarono ai loro 
posti industriali, banchieri e finanzieri implicati con il fascismo 
(praticamente tutti). Ma non furono soli in quest'opera di "ripristino" 
dello status ante quo. La CGIL, anch'essa mai doma protagonista di 
questa ideale "storia dell'infamia", firmò coi padroni accordi che 
permettevano licenziamenti e la "tregua" salariale, motivando il tutto 
con "la necessità di risanare i bilanci aziendali e non aggravare 
l'inflazione". (p.41) La Nuova Italia era (quasi) fatta, persino la 
Costituzione "si inserì nel quadro di ristabilimento dell'ordine 
patronale, come annotato da Pietro Calamandrei: 'per compensare le forze 
di sinistra della rivoluzione mancata, le forze di destra non si 
opposero ad accogliere una rivoluzione promessa'. In questo modo 
venivano giuridicamente riconosciuti diritti civili e libertà formali, 
destinati a rimanere lettera morta, incanalando così la futura 
iniziativa della sinistra politica e del movimento dei lavoratori in 
un'infinita quanto perdente lotta per l'applicazione e il rispetto del 
dettato costituzionale, mentre la classe padronale rinnovava il suo 
dominio incrementando i proventi con l'avvio della ricostruzione". (p.41)
Queste illuminanti parole fanno da epilogo a questa storia mancata, 
quella di una rivoluzione intravista e assaporata, ma ancora una volta 
frustrata sul nascere e corrotta in particolar modo ancora una volta 
proprio da quelli che sarebbero, molto teoricamente, dovuti esserne i 
protagonisti e i soggetti principali.
Subito dopo l'amnistia, nel '46 rinascono le prime formazioni 
neo-fasciste, e da lì si riproporranno continuamente, nelle varie forme 
e nei vari modi che tutti sanno, fino ad oggi, che sono tornate ad 
essere il problema sociale che sono. La stessa polizia di Scelba, 
tragicamente nota al movimento operaio post-bellico, si nutrì di questa 
linfa.
Resta tuttavia viva e valida anche oggi l'istanza libertaria e di 
giustizia sociale che mosse praticamente tutto il movimento partigiano, 
come il testo di Marco Rossi ben mette in chiaro. Riprendendo le parole 
di un partigiano veneto citato nel libro, il quale dice: "Noi partigiani 
non siamo in congedo, siamo ancora mobilitati. Il nemico che avevamo 
ieri l'abbiamo ancora oggi" (p.72), ci sarebbe credo solo da aggiungere 
che il nemico non è solo un avversario politico, ma più ancora un 
sistema sociale criminale e assurdo, che la storia e l'umanità non 
possono più sostenere e verso il quale e' necessario resistere oggi come 
allora.

Gennaio 2010


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