[Redditolavoro] atenei contro il razzismo

CobasSindacatodiClasse cobasta at libero.it
Wed Feb 17 07:52:58 CET 2010


DA PARTE DI ALCUNI ATENEI ITALIANI.

Atenei: "Lettera-appello contro il razzismo"

Noi docenti precari/e e docenti non precari/e delle università italiane
abbiamo deciso di aderire alla giornata del primo marzo, “una giornata senza 
di
noi”, presentando ai nostri studenti e alle nostre studentesse, dove 
possibile
anche durante le ore di attività didattica nei giorni che precedono il primo
marzo, dapprima la lettera dei lavoratori africani di Rosarno, riunitisi in
assemblea a Roma alla fine di gennaio, e poi il testo che leggeremo alla 
fine
della loro lettera e invitandoli/e a partecipare alle iniziative della
giornata:

“I mandarini e le olive non cadono dal cielo"
In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l´Assemblea dei
lavoratori Africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati
obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti. 
Lavoravamo
in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né
elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove
dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 
25
euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche. A volte non 
riuscivamo
nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con 
le
mani vuote e il corpo piegato dalla fatica. Eravamo, da molti anni, oggetto 
di
discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi. Eravamo sfruttati 
di
giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori. Eravamo
bastonati, minacciati, braccati come le bestie...prelevati, qualcuno è 
sparito
per sempre.

Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l´interesse di qualcuno. Abbiamo
continuato a lavorare. Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne
potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella
loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani. Non potevamo più
attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non
esistiamo per le autorità di questo paese. Ci siamo fatti vedere, siamo 
scesi
per strada per gridare la nostra esistenza.

La gente non voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste? 
Le
autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla 
città
perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a 
darci
la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre 
di
caccia all´uomo.

Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi 
ci
sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle 
città
del Sud. Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto 
dove
dormire, senza i nostri bagagli e con i salari ancora non pagati nelle mani 
dei
nostri sfruttatori. Noi diciamo di essere degli attori della vita economica 
di
questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I
mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li
raccolgono.

Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente 
perché
abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in
Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve 
all´Italia
come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze.
Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le
nostre richieste:

 domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motive umanitari agli 
11
africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello
sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza
lavoro, abbandonati e dimenticati per strada. Vogliamo che il governo di 
questo
paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di
lavorare con dignità. L´Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma”

Dapprima in Francia, poi in Italia, in Spagna, in Grecia e in altri paesi
europei, la giornata del primo marzo è stata proclamata “una giornata senza 
di
noi” con l’intento da parte dei/delle migranti che vivono in questi paesi di
far percepire, per un giorno, l’importanza della loro presenza economica e
sociale sia attraverso lo sciopero sia attraverso altre forme di protesta 
come
l'astensione dai consumi. Ispirata alla giornata del primo maggio del 2006,
quando in varie città degli Stati Uniti i/le migranti privi/e di documenti 
di
soggiorno erano riusciti/e a bloccare la vita economica e sociale di quelle
città attraverso una massiccia astensione dal lavoro e fluviali 
manifestazioni
in cui ricordavano a tutti che “We are America”, questa giornata ci sembra 
di
particolare importanza anche per iniziare una necessaria riflessione sulle
forme della nostra esistenza comune di cittadini/e e non cittadini/e, 
migranti
e non.

Per questo, abbiamo deciso di assumere come parte del nostro testo quello
sottoscritto da alcuni lavoratori africani di Rosarno. Riteniamo, infatti, 
che
quanto accaduto a Rosarno nei primi giorni di gennaio – le intimidazioni e 
le
violenze sui migranti, la rivolta dei lavoratori africani, la “caccia al 
nero”
dei giorni successivi, il coinvolgimento di alcune parti della mafia nella
“gestione dell’ordine pubblico”, il trasferimento d’urgenza di tutti i
lavoratori africani, la loro detenzione nei centri di identificazione ed
espulsione e la minaccia di espulsione per quelli privi di permesso di
soggiorno – sia il precipitato, soltanto più visibile, delle scelte 
politiche
con cui negli ultimi anni i governi che si sono succeduti hanno affrontato e
voluto gestire il fenomeno globale delle migrazioni. Il risultato,
innanzitutto, di una volontà di generale clandestinizzazione della presenza
dei/lle migranti e dei lavoratori e delle lavoratrici migranti che ha 
permesso,
non solo a Rosarno, ma nel Sud come nel Nord del paese, tra i campi di 
agrumi e
le serre così come nelle fabbriche e le piccole imprese, o nelle famiglie,
forme di assoluto sfruttamento della forza lavoro possibili grazie a un’
illegalità diffusa del mercato del lavoro generata proprio dalle leggi che
normano l’immigrazione.

Ricordiamo di seguito alcuni dei provvedimenti e dei fatti che stanno alla
base di quanto accaduto a Rosarno così come di quanto accade quotidianamente
nel resto d’Italia: l’istituzione dei centri di detenzione nel lontano 1998,
con cui si apriva il capitolo del doppio binario giuridico, uno per i
cittadini, un altro per i non cittadini, passibili di pene detentive in 
assenza
di reato; il nesso inscindibile tra contratto di lavoro e permesso di
soggiorno, con la legge del 2001, che spianava la strada a ogni forma di
ricattabilità da parte dei datori di lavoro sulla forza lavoro migrante,
compresa la ricattabilità sessuale delle lavoratrici migranti impiegate nel
lavoro domestico; gli innumerevoli provvedimenti delle recenti norme 
previste
dai pacchetti sicurezza ispirati tutti a un orizzonte di discriminazione e
razzismo (l’aggravante di clandestinità, il reato di clandestinità, il
prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa, l’interdipendenza 
tra
permesso di soggiorno e atti dello stato civile, tra cui il riconoscimento 
dei
figli e il matrimonio, l’istituzione di corpi speciali privati per il
mantenimento dell’ordine pubblico); i respingimenti verso la Libia iniziati 
nel
maggio del 2009 volti a risolvere il problema degli arrivi sulle coste 
italiane
con la deportazione verso i campi di concentramento della Libia finanziati
dallo stato italiano di donne, uomini e bambini, spesso potenziali rifugiati
provenienti dai luoghi di guerra delle ex-colonie italiane.

La criminalizzazione dei migranti privi di permesso di soggiorno produce
effetti a cascata su tutti/e i/le migranti che vivono in Italia, rendendo
precaria la condizione degli/delle stessi/e migranti “regolari”, 
esponendoli/e
a continue discriminazioni e alla possibilità sempre presente di ricadere 
nell’
“irregolarità”. “Come può manifestare qualcuno che non esiste?” si chiedono 
i
lavoratori africani nella lettera che vi abbiamo letto, descrivendo prima di
questa domanda l’esistenza quotidiana “di chi non esiste”, dalla giornata
lavorativa alle notti prive di acqua e elettricità e costellate di episodi 
di
violenza e intimidazioni.

“Come può esistere chi non esiste” è, infatti, secondo noi, la domanda di
fondo diventata sempre più impellente in Italia e generata da una forma
pervasiva di razzismo istituzionale che permette e legittima forme di 
razzismo,
intolleranza, xenofobia sociali che stanno ormai erodendo la vivibilità 
comune
delle nostre città. O, meglio, come possono esistere tutti e tutte coloro 
che,
pur essendo “attori della vita economica di questo paese”, con differenti
dispositivi sono continuamente sospinti verso una presenza marginale e una 
vita
non vivibile costellata di mille ostacoli (dai tempi biblici del rinnovo del
permesso di soggiorno all’assenza di ogni possibilità di regolarizzazione,
dagli innumerevoli modi in cui si elude il riconoscimento dello stato di
rifugiato alle norme che entrano in modo discriminatorio nelle scelte di 
vita
affettiva concedendo ai migranti “affetti di serie b”, sino ai mesi di
detenzione previsti per chi non ha o ha perso il permesso di soggiorno e all’
ultima proposta del “permesso di soggiorno a punti”)?

Aderiamo a questa giornata perché riteniamo che questa domanda coinvolga la
vita di tutti e di tutte, migranti e non, studenti, studentesse, lavoratori 
e
lavoratrici, disoccupati e disoccupate, in Italia così come nel resto d’Europa
e in altri paesi del mondo. In quanto docenti, sappiamo che nelle 
università,
anziché come studenti e studentesse nelle nostre aule è più facile 
incontrare
i/le migranti come lavoratori e lavoratrici delle cooperative di servizi,
assunti/e con bassi salari e senza garanzie. La scandalosa difficoltà nell’
accesso a un permesso di soggiorno per studi universitari, attraverso una
politica delle “quote” anche nel campo del sapere che rende quest’ultimo
esclusivo privilegio dei cittadini, è parte integrante della chiusura nei
confronti dei/delle migranti che caratterizza il nostro paese. Per questo ci
impegniamo a lottare anche per garantire la piena accessibilità dell’Università
ai/alle migranti.

Siamo più in generale convinti che soltanto cancellando il razzismo
istituzionale e sociale come pratica quotidiana di sfruttamento sarà 
possibile
costruire spazi di convivenza futuri.

Docenti precari/e e docenti non precari/e delle Università italiane
firmatari:
Fabio Amaya (Università di Bergamo) Anna Curcio (Università di Messina)
Umberto Galimberti (Università di Venezia) Maria Grazia Meriggi (Università 
di
Bergamo) Sandro Mezzadra (Università di Bologna) Renata Pepicelli 
(Università
di Bologna) Luca Queirolo Palmas (Università di Genova) Antonello Petrillo
(Università Suor Orsola Benincasa, Napoli) Federico Rahola (Università di
Genova) Fabio Raimondi (Università di Salerno) Maurizio Ricciardi 
(Università
di Bologna) Anna Maria Rivera (Università di Bari) Gigi Roggero (Università 
di
Bologna) Pier Aldo Rovatti (Università di Trieste) Devi Sacchetto 
(Università
di Padova) Anna Simone (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli) Federica
Sossi (Università di Bergamo) Alessandro Triulzi (Università di Napoli L’
Orientale) Tiziana Terranova (Università di Napoli L’Orientale) Fulvio 
Vassallo
Paleologo (Università di Palermo) .

Per adesioni: www.PetitionOnline.com/march1st/petition.html
per informazioni: semir at libero.it
15 febbraio 2010

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

_______________________________________________
Internazionale mailing list
Internazionale at lists.ecn.org
http://lists.ecn.org/mailman/listinfo/internazionale



More information about the Redditolavoro mailing list