[Redditolavoro] un'interessante intervista a kurz sulla crisi

CyberGodz cybergodz at ecn.org
Tue May 26 10:02:49 CEST 2009


giro un'interessante intervista a robert kurz sulla crisi economica. La 
paciosa e conservatrice mentalita' di sinistra trovera' le posizioni 
espresse sicuramente troppo radicali se non infondate, ma chi vivra' vedra'.
buona lettura :-)

***
http://ozioproduttivo.blogspot.com/2009/04/la-rottura-strutturale-del-capitale-e.html

"La rottura strutturale del capitale e il ruolo della critica categoriale"

INTERVISTA A ROBERT KURZ DELLA RIVISTA ONLINE PORTOGHESE "SHIFT", ZION 
EDIÇÕES

-Come si inquadra l'attuale crisi finanziaria nel contesto dello 
sviluppo della crisi strutturale del capitale?

É teoricamente sbagliato parlare di una crisi finanziaria indipendente, 
la cui «ripercussione» sulla cosiddetta economia reale sarebbe incerta 
ed eventualmente moderata. Espressa nei termini della teoria di Marx, la 
crisi finanziaria può essere solo una manifestazione della caduta delle 
condizioni della valorizzazione reale del capitale. Il sistema 
finanziario e del credito non é un settore autonomo, ma una componente 
integrante della riproduzione ampliata del capitale totale. Qui sorge 
una contraddizione che progressivamente si aggrava. L'espansione del 
sistema del credito in sé non è nuova, ha già percorso un processo 
secolare. Ciò riflette un meccanismo descritto da Marx come «aumento 
della composizione organica del capitale». Con l'aumento della 
scientificizzazione della produzione, cresce la proporzione di capitale 
costante (macchine, equipaggiamento tecnologico di controllo, 
comunicazioni e infrastrutture, etc.) in relazione al capitale variabile 
(forza di lavoro produttivo di valore). Corrispondentemente, crescono i 
costi preliminari per poter applicare in forma redditizia la forza 
lavoro, l'unica fonte di plusvalore. I costi preliminari crescenti 
esigono un anticipo del plusvalore futuro nella forma del credito per 
mantenere in corso l'attuale produzione di plusvalore, sempre più 
differito nel futuro.
Ciò crea una tensione crescente nella connessione interna tra credito e 
valorizzazione reale. Nel passato, questa contraddizione poté essere 
compensata grazie all'effetto sociale collaterale della 
scientificizzazione. L'aumento della produttività deprezza gli alimenti 
e, dunque, riduce anche il valore della forza lavoro, in modo che i 
costi della sua riproduzione si abbassano. Lo stesso meccanismo che 
comporta che la proporzione del capitale variabile (forza lavoro) nella 
composizione organica del capitale sia relativamente minore comporta 
anche che la forza lavoro abbia a produrre meno valore per la propria 
conservazione. Aumenta la proporzione di plusvalore nel totale del 
valore reale creato, ciò che Marx designa come produzione di «plusvalore 
relativo». Ma ciò si applica solo a ogni forza lavoro individuale 
produttiva dal punto di vista capitalistico. Il presupposto perché si 
abbia un effetto compensatorio in termini di valorizzazione sociale è, 
dunque, che parallelamente si espanda il capitale reale totale e, così, 
cresca in termini assoluti il numero dei lavoratori utilizzabili in 
condizioni produttive dal punto di vista capitalistico -- malgrado il 
minor peso relativo del capitale variabile nella composizione di un 
certo capitale monetario avanzato. Inoltre, solo sotto questa condizione 
l'anticipo di plusvalore futuro, sempre più differito nel futuro per 
mezzo dell'espansione del credito, può essere rimborsato, perlomeno 
nella misura in cui la connessione tra credito e valorizzazione reale 
non è completamente rotta. Fintanto che questa connessione in qualche 
modo funzionava, anche la contraddizione si esprimeva soltanto 
relativamente, con la famosa caduta tendenziale del saggio di profitto. 
Il saggio di profitto medio si riferisce a un capitale monetario di 
qualsiasi ordine di grandezza. Questo saggio va cadendo in un processo 
secolare, a causa della crescente quota dei costi preliminari del 
capitale costante, il quale non produce qualche nuovo valore ma 
trasferisce solamente valore già creato. Ma se la massa sociale totale 
del capitale monetario avanzata nell'applicazione produttiva del valore 
cresce sufficientemente, può, malgrado la diminuzione del saggio di 
profitto per capitale monetario applicato, continuare contemporaneamente 
a salire la massa di plusvalore reale assoluto e la massa di profitto 
del capitale totale. Marx analizzò questa connessione, nella quale il 
risultato storico rimane aperto, nel Primo Volume (produzione di 
plusvalore relativo) e nel Terzo Volume (tendenza alla caduta del saggio 
di profitto) de Il Capitale. A un livello elementare di «sostanza del 
valore» come «sostanza del lavoro», Marx, d'altra parte, parla nei 
Grundrisse del fatto che la concorrenza, costringendo all'aumento 
permanente della produttività, deve portare finalmente a una riduzione 
assoluta della forza del lavoro produttivo di valore e, così, a un 
limite storico assoluto della valorizzazione. Su questo aspetto, 
tuttavia, la teoria di Marx è rimasta da sviluppare.
La fase fordista è stata l'epoca alta del plusvalore relativo, con 
l'espansione. contemporanea del capitale reale totale. Il continuo 
anticipo del credito sembrava realizzabile. La teoria di un limite 
interno assoluto della valorizzazione era considerata superata, anche a 
sinistra. La contraddizione tra il sistema del credito e la produzione 
di plusvalore reale raggiunge però un punto culminante nel contesto 
della Terza Rivoluzione Industriale, quella della microelettronica, 
assumendo una nuova qualità. L'espansione del capitale reale raggiunge i 
suoi limiti storici poiché, contemporaneamente, con la nuova qualità 
della scientificizzazione, la «sostanza lavoro» produttiva di valore si 
scoglie in una scala senza precedenti. L'aumento del plusvalore relativo 
per singola forza lavoro comincia a perdere il suo carattere di 
meccanismo storico di compensazione. Ciò trasforma la solamente relativa 
caduta tendenziale del saggio di profitto per capitale monetario 
applicato, in caduta assoluta della massa di plusvalore sociale reale e, 
dunque, della massa di profitto. La connessione tra il differimento 
dell'ampiamente anticipato plusvalore futuro nella forma del credito e 
la produzione del plusvalore reale è irreversibilmente squarciata. Ciò 
che si manifesta come una devastante crisi finanziaria è soltanto la 
manifestazione empirica della contraddizione maturata nel livello 
empiricamente intangibile delle relazioni reali del valore.
Siamo dunque di fronte a una «rottura strutturale» di ordine superiore. 
Se fino ad ora si è parlato di una «crisi strutturale» del capitale, per 
esempio nel contesto della «teoria delle onde lunghe», era solamente in 
relazione alla «transizione» per un nuovo «modello di accumulazione». La 
crisi dovrebbe cioè avere solo una funzione di «pulizia», al fine di 
aprire il cammino al successivo impeto storico della valorizzazione su 
una nuova base tecnologica. Questo è stato il famoso concetto 
dell'economista Joseph Schumpeter della potenza del capitale come 
«distruzione creativa». Ma la fine dell'era fordista non ha portato a 
qualche rottura strutturale «creativa», nel senso di un nuovo «modello 
di accumulazione». La tanto invocata transizione per il cosiddetto 
«postfordismo» non era che una formula vuota. Ciò che in realtà è 
accaduto non è stato altro che la transizione verso la famigerata 
«economia delle bolle finanziarie» in cui il sistema del credito è stato 
gonfiato molto al di là della capacità decrescente della produzione 
reale del valore, in una maniera storicamente senza precedenti.
Qui è sorta, a causa di una percezione positivista, che non riesce a 
riconoscere la connessione interna delle relazioni del valore, 
l'illusione ottica di un «modello di accumulazione» di fatto nuovo. Da 
un lato, il «postfordismo» consisterebbe nella delocalizzazione della 
produzione industriale di plusvalore verso la periferia, verso i 
cosiddetti paesi emergenti (più recentemente, nella forma del presunto 
«miracolo di crescita» asiatico). In realtà, il punto di partenza e la 
forza motrice di questa delocalizzazione non è consistita in ricette 
monetarie di creazione di valore, ma nel «capitale fittizio» delle bolle 
finanziarie senza sostanza, già da tempo slegate dall'applicazione 
produttiva della forza lavoro umana. Da questa forma si è messa in 
movimento una congiuntura globale del deficit, ora sul punto di una 
brusca caduta. Dall'altro lato, il «postfordismo» creerebbe nei centri 
capitalistici una cosiddetta «società dei servizi», immaginata come 
nuovo campo indipendente della valorizzazione. In realtà si è trattato 
in gran parte di settori improduttivi dal punto di vista capitalistico, 
come la «prestazione di servizi personali» privata, che non hanno il 
loro punto di partenza e il loro sostegno nella creazione reale di 
valore e nei rendimenti da qui ottenuti, ma nel rigonfiamento del 
«capitale fittizio» e nella mera simulazione dei processi di 
valorizzazione. Così, la pretesa transizione verso un'«economia dei 
servizi», non si è realizzata come espansione delle infrastrutture 
statali, per esempio nella salute e nell'educazione, che già negli anni 
'70 è stata un fallimento, ma, piuttosto, nella forma della prestazione 
precarizzata dei servizi in piccole imprese private dai bassi salari, e 
nella forma di «falso lavoro autonomo», ora entrambe minacciate di 
estinzione.
Su questo è necessaria ancora un'osservazione relativamente 
all'evoluzione teorica nella sinistra. L'ideologia postmoderna della 
«virtualizzazione» ha portato a un adattamento della critica sociale di 
sinistra al capitalismo di crisi e simulativo. Si è cominciato sempre di 
più a parlare di una crescita appena «finanziariamente indotta», alla 
quale si pretendeva adattarcisi «simbolicamente». Le categorie basilari 
della critica dell'economia politica di Marx non solo sono rimaste 
positivisticamente incomprese, come nel marxismo tradizionale, ma fatte 
scomparire del tutto. E il problema della potenza della crisi non solo è 
stato ridotto a una «funzione» di «pulizia», ma anche reinterpretato 
soggettivamente e semplicisticamente dissolto in «relazioni di volontà 
politiche». Paradigmatico del caso è il postoperaismo di Antonio Negri. 
Nella misura in cui vi sono «crisi», queste sono interpretate come 
reazione «politicamente volontaria» e cosciente, dei capitalisti e delle 
loro frazioni, alle gloriose «lotte» della cosiddetta moltitudine. Ma se 
l'attuale dinamica di caduta globale è un atto politico deliberato 
dell'Impero capitalista, allora lo deve essere più come «reazione» allo 
spirito di mia nonna che alle «lotte» ormai da molto tempo soltanto 
simboliche di un capitale variabile demoralizzato, senza potere di 
intervento reale nei centri capitalistici. Ma, come è spiegato in modo 
insuperabile nella teoria di Marx, il vero limite della valorizzazione è 
strettamente obiettivo e si erge «dietro le spalle» degli agenti. 
L'emancipazione sociale dalla logica capitalista, al contrario, non può 
in modo alcuno essere «obiettiva»; e perciò essa esige la critica 
radicale delle categorie fondamentali del capitalismo, le quali sono 
state «interiorizzate» dall'umanità e ampiamente rimosse dalla sinistra. 
La sinistra deve ancora digerire l'obiettività negativa della crisi e 
anche confrontarsi con se stessa e con le sue illusioni postmoderniste .

-A Suo avviso, è un buon momento per diffondere una critica radicale del 
sistema del capitale? Oppure, considerando che le condizioni materiali 
basilari di milioni di esseri umani sono sempre più degradate, non sarà 
possibile andare oltre il keynesianismo e la nostalgia dello Stato sociale?

Apparentemente si verifica una delegittimazione generale del 
capitalismo, perfino nella classe politica e nelle pagine culturali. Il 
concetto in sé di capitalismo è diventato peggiorativo dal giorno alla 
notte, come se non fosse sempre stato proclamato «vincitore della 
storia». Ma questa «svolta» improvvisa e non mediata non può smettere di 
apparire sospetta e indegna di credito. Nelle ultime decadi il 
neoliberalismo è penetrato profondamente nella coscienza delle masse in 
quanto tendenza verso il «radicalismo di mercato», individualizzazione 
astratta e desolidarizzazione di «atomi sociali» autistici. La relazione 
individuale diretta con il mercato universale e la concorrenza 
universale diventano condizioni di vita e non sono più filtrate 
socialmente. Queste forme di vita in una società disintegrata sono ora 
colpite con tutta la forza dalla nuova qualità della crisi globale e 
scosse nei loro fondamenti.
Si tratta in primo luogo di uno schock della funzione legittimatoria. Lo 
«spirito dominante» della svolta neoliberale si è screditato 
completamente in modo vergognoso. Fino ad ora, però, il crollo 
devastatore è stato percepito in modo perfettamente fantasmatico, cioè 
soltanto come spettacolo nei mercati finanziari e nei media globali. Una 
notizia catastrofica dietro l'altra, perché la crisi non ha raggiunto 
ancora la riproduzione «reale» e la vita quotidiana. I primi preannunci 
sono le perdite drammatiche nelle vendite dell'industria dell'automobile 
e dei suoi fornitori. Però la dinamica di crisi andrà colpendo 
successivamente non solo tutti i settori della produzione di merci 
(industria, mezzi di comunicazione e servizi), ma tutte quelle aree 
della vita che per decadi sono diventate dipendenti dal rigonfiamento 
del credito perché non potevano più essere alimentate dalla produzione 
reale del plusvalore e dalla sua redistribuzione sociale; 
dall'educazione alla cultura e alla salute, passando per le 
infrastrutture locali, fino alle cure rivolte agli anziani, etc. I 
programmi di misure onerose per combattere le alterazioni climatiche o 
per assicurare la salute, che continuano a essere discussi come se nulla 
fosse accaduto, non sono altro che spazzatura.
Questa dinamica di «disintegrazione della disintegrazione» non può 
essere adeguatamente digerita dagli individui sociali atomizzati; e 
ancor meno al ritmo che essa avanza. Gli esseri umani individualizzati 
sono in tutti gli aspetti «creature a credito», non ha importanza la 
misura della coscienza di questo fatto. Lo stesso si applica alla 
«religione del quotidiano» (Marx) del consumo di merci; il sistema di 
carte di credito sarà probabilmente il prossimo collasso del settore 
finanziario. Tutto il discorso futile sugli «eccessi speculativi», che 
in ultima analisi dovrebbero essere impediti, non può nascondere il 
fatto che la dipendenza dal «castello di carte mondiali» della 
sovrastruttura finanziaria autonomizzata sia ben ancorata nella 
coscienza delle masse, in quanto condizione di vita. Pertanto la 
delegittimazione superficiale del «capitalismo» ancora non raggiunge la 
critica radicale del modo di produzione e di vita dominante. Solo le 
forme del capitale finanziario privato, la banca di investimento, gli 
hedge funds, etc., sono percepiti come «capitalisti». A misura che 
crolla l'economia delle bolle finanziarie, prima idolatrata, gli «esseri 
umani a credito» individualizzati invocano lo Stato per salvare la loro 
«pelle a credito» e poter continuare a vivere la loro vita capitalistica 
precarizzata. Il sistema di credito privato esaurito deve essere 
sostituito dal credito statale, che si vuole immaginare come inesauribile.
Naturalmente questo è un voltafaccia pericoloso. Perché è stata 
esattamente la credenza nella capacità illimitata del finanziamento 
statale che il discorso neoliberale dominante nelle ultime decadi ha 
denunciato come una grande aberrazione. E non è stato solo per ragioni 
ideologiche. Quando negli anni '70 la crescita fordista si esaurì e la 
connessione tra sistema di credito anticipato e la produzione di 
plusvalore reale cominciò a rompersi, fu in primo luogo il credito 
statale ad essere allungato oltre la capacità di creazione di valore 
sociale, per mantenere la congiuntura in funzionamento attraverso 
l'anticipazione del futuro. L'indebitamento statale keynesiano senza 
soluzione costituiva già una bolla finanziaria di tipo proprio. Come 
risultato, l'inflazione andò sempre più fuori controllo in tutto il 
mondo. Il neoliberalismo reagì a questo sviluppo, ma senza comprendere 
la sua causa profonda. Esso immaginava che il problema consisteva 
solamente in un'espansione eccessivamente forte dell'attività statale e 
che si poteva rimediare con la deregolazione radicale del mercato. 
Tuttavia, una volta che, nella realtà, l'aumento della composizione 
organica del capitale cominciò a trasformarsi in una caduta storica 
della massa di plusvalore reale e della massa di profitto, il 
rigonfiamento del credito ormai senza soluzione fu solamente dislocato, 
dalla svolta neoliberale di Stato, verso le bolle finanziarie di 
indebitamento e di speculazione del capitale privato. Dal momento che 
questa dislocazione non avveniva sul piano strettamente limitato dello 
Stato, ma nel contesto della globalizzazione transnazionale, potè essere 
simulata per più di trent'anni, con questa nuova modalità del credito 
senza copertura nella creazione del valore reale, una crescita il cui 
carattere deficitario solo ora si rivela. Quando ora le élites, così 
come la coscienza delle masse, pretendono di regredire immediatamente al 
finanziamento statale come ancora di salvataggio, sembrano soffrire di 
amnesia. Lo Stato, fino a poco tempo prima demonizzato, è più che mai 
elevato, con la migliore delle buone intenzioni, allo statuto di dio che 
deve eternizzare il flusso del credito, perché sarebbe «onnipotente», 
oltre i singoli interessi.
Ora, lo Stato non è di fatto un'agenzia indipendente di una «classe 
dominante» o di certi gruppi economici, ma l'istanza di potere generale 
soggiacente la società, che costituisce l'inquadramento esteriore della 
valorizzazione del capitale e di tutte le su «maschere di carattere» 
(Marx). Ma necessariamente per questo lo Stato non sta «al di sopra» 
delle leggi obiettive del movimento del capitale e non può pretendere di 
controllarle o modificarle arbitrariamente; al contrario, esso non ne è 
meno soggetto di quanto lo sia il capitale individuale, si trova 
solamente su un livello sociale più elevato. Tutto quello che lo Stato 
fa deve essere finanziato, tanto quanto tutto quello che è fatto dal 
capitale singolo o dagli individui; e la fonte di questo finanziamento 
può essere solo la produzione di plusvalore reale. Lo Stato ottiene 
rendimenti in denaro a partire da questa fonte originale, sia 
direttamente, attraverso le tasse, sia acquistando denaro nei mercati 
finanziari, attraverso l'emissione di obbligazioni. Nel secondo caso, 
esso stesso è un attore al livello del capitale finanziario ed è 
vincolato alle sue condizioni. Che significa questo, nella crisi storica 
del credito e della crescita «finanziariamente indotta», da quello 
dipendente, di cui oggi soffriamo? I «pacchetti di salvataggio» del 
sistema finanziario fino ad ora lanciati dagli Stati, e i programmi 
statali di appoggio alla congiuntura in prospettiva ancora non 
concretizzatasi in tutto il mondo già ammontano a vari miliardi di 
dollari di euro. Dove va lo Stato a ottenere il finanziamento per tutto 
questo, se la crisi sta proprio nel fatto che la fonte di creazione del 
valore reale si è esaurita e il credito, come anticipo del plusvalore 
futuro, si è esaurito? Un aumento drastico delle tasse deprimerebbe 
ancora di più la produzione del plusvalore reale già languente. Una 
grande massa di titoli di Stato nei mercati finanziari otterrebbe lo 
stesso effetto, perché lo Stato si troverebbe a concorrere con le 
imprese e con le famiglie per il credito disponibile e così a dover 
tirare verso l'alto i tassi di interesse reali.
Se viene speso il denaro delle tasse riscosse dallo Stato e dei prestiti 
ottenuti nei mercati finanziari, dal punto di vista della logica della 
valorizzazione non si ha qualche produzione, ma soltanto consumo. 
Infatti, anche nel caso che, per esempio, si finanzi la costruzione di 
strade o di scuole, ciò non darà luogo a qualche nuova creazione di 
valore ma sarà prosciugata la produzione reale del passato (imposte) o 
del futuro (credito). Ciò è a maggior ragione vero se lo Stato con 
questo denaro, nella forma di «pacchetti di salvataggio», intende 
soltanto tappare i buchi del sistema finanziario, comprare crediti in 
cattivo stato delle banche, etc. Dopo la cessazione definitiva 
dell'economia delle bolle finanziarie e della congiuntura di 
simulazione, la responsabilità finanziaria statale ascende a valori 
molte volte superiori a quelli anteriori, già prima affondati. Una volta 
che non è possibile un aumento delle imposte né un'espansione del debito 
pubblico nella misura del necessario, resta solo, come ultima ratio, 
stampare banconote, creando denaro dal niente, e trasferirlo 
direttamente verso lo Stato, senza garanzie né contropartite. Ma la 
competenza delle banche centrali per creare moneta è meramente formale, 
«esprimendo» soltanto il processo di creazione del valore capitalista 
reale, senza poterlo sostituire. Il ricorso diretto all'emissione di 
banconote sarebbe la maggiore bolla finanziaria di tutte, e potrebbe 
finire solo nella completa svalorizzazione del denaro e di tutti i 
crediti, titoli, etc (iperinflazione, bancarotta statale, riforma 
monetaria).
La dislocazione del problema del credito dello Stato verso il capitale 
finanziario e l'attuale regresso nuovamente verso lo Stato completano un 
cerchio senza uscita. Certamente, ora il fallimento sociale mondiale del 
sistema capitalista e della sua legittimazione neoliberale costituisce 
un campo nel quale si può far valere la critica radicale delle forme 
capitalistiche basilari in un modo differente dal passato. Ma questo 
ancora non significa, in alcun modo, che questa critica radicale si 
renda già suscettibile di adesione della coscienza delle masse, che 
ancora si muove interamente nelle categorie del feticismo moderno. É 
necessario, in primo luogo, prendere coscienza del paradosso che le 
condizioni materiali di esistenza in tutte le aree della vita sono 
dipendenti dalla virtualità del credito in dissoluzione. Da questo punto 
di vista, gli ostacoli a una negazione della totalità capitalista non 
diventano minori, ma maggiori. Se la propria esistenza è minacciata, le 
persone si aggrappano con tanta più forza alle condizioni dominanti. Ciò 
equivale a dire, oggi, che tutti i progetti di salvataggio del sistema 
del credito, per più illusori che siano, hanno uditorio, lo stesso se al 
prezzo di sfociare in ideologie assassine (antisemitismo o 
proto-antisemitismo). Per maggiore ragione, la critica radicale deve 
contrapporsi al mainstream dello spirito del tempo, invece di 
lasciarcisi trascinare.

-Come vede l'appropriazione da parte del sistema di concetti classici 
della sinistra, come «nazionalizzazione» o «regolazione dei mercati 
finanziari»?

Il programma dell'ala radicale del marxismo tradizionale assunse una 
formula marziale: la «dittatura del proletariato». Comunque era sempre 
l'organizzazione sociale che si trovava al centro dell'attenzione, 
benché legata ad una falsa ontologia del lavoro astratto. In realtà, il 
programma si trasformò su questa base ideologica in una mera 
nazionalizzazione delle categorie capitalistiche, cioè l'opposto 
dell'emancipazione sociale. Lo stesso Marx, nella Critica del Programma 
di Gotha, polemizzò contro questo feticismo dello Stato, sebbene egli 
stesso, in alcune formule precedenti, non ne fosse totalmente libero. 
Nella pratica storica dei sistemi della «modernizzazione in ritardo» 
(Unione Sovietica, Cina, etc.), il concetto di «Stato dei lavoratori» 
ebbe soltanto una funzione legittimatoria per la riproduzione del 
capitalismo di Stato. La maggior parte dei partiti socialisti e 
comunisti in occidente trasformò questo requisito in un programma di 
«nazionalizzazione» delle banche e delle principali industrie del 
capitalismo. L'orientamento statale era solo vagamente legato al 
paradigma esaurito della «classe lavoratrice». Invece di questo, il 
concetto di «nazione» divenne centrale e la «questione sociale» fu 
trasformata in una «questione nazionale». Questo «socialismo dai colori 
nazionali» assunse un carattere veramente reazionario rispetto alla 
«socializzazione mondiale» negativa del capitale. Esso già apparteneva 
alla storia della dissoluzione del marxismo tradizionale.
Nell'economia borghese emerse, in reazione alla crisi economica mondiale 
degli anni '30, un orientamento statale «moderato», attenuato, sotto la 
forma del keynesianismo. Questa dottrina non ebbe mai nulla a che vedere 
con le speranze «socialiste» diffuse; al contrario, concepiva se stessa 
espressamente come programma di salvataggio del capitalismo con l'aiuto 
di interventi statali, la cui base risiedeva nell'espansione continuata 
del credito statale. Il «keynesianismo di sinistra» tentò di trasformare 
questa dottrina in un senso quasi «socialista». Ma si trattò solo del 
vecchio orientamento per il capitalismo di Stato, nuovamente diluito e 
alleggerito, degli antichi «partiti operai» da tempo integrati nella 
classe politica del capitalismo. Il riferimento alla critica 
dell'economia politica di Marx fu definitivamente perso. Il discorso del 
keynesianismo di sinistra fondamentalmente non si riferì più all'analisi 
categoriale della «valorizzazione del valore» e della dinamica nel 
contesto della forma capitalistica di plusvalore relativo, aumento della 
composizione organica, caduta del saggio di profitto, né a una teoria 
della crisi su questa base. Per questa forma di pensiero la possibilità 
di una «crisi categoriale» con la caduta della massa di plusvalore fu 
completamente esclusa. Con ciò, anche la «critica categoriale» delle 
forme basilari del sistema del feticcio capitalistico diventò ancor meno 
percorribile che nel marxismo tradizionale dell'antico movimento 
operaio. Invece di ciò, la «critica» cadde in un «trattamento della 
contraddizione» nel quadro del capitalismo, non più esplicitamente 
contestato, dunque in una forma di «politica economica» borghese 
volgare, che dovette far affidamento ciecamente sull'espansione del 
credito statale, al fine di poter presumibilmente succhiare il miele 
sociale. Quando la scienza economica e la politica economica dominanti, 
sulla scia della «rivoluzione neoliberale», ufficialmente allontanarono 
la dottrina keynesiana, la sinistra politica teoricamente disarmata 
restò con il keynesianismo per conto suo, senza percepire che stava 
sposando un cadavere storico. Il keynesianismo appariva adesso come 
opposizione fondamentale al neoliberalismo in modo puramente formale, 
sebbene esso mai lo sia stata nel suo contenuto.
La recente svolta disperata delle élites economiche e politiche verso il 
credito statale rivela i piedi d'argilla dei partiti di sinistra, così 
come delle organizzazioni di movimento come ATTAC. Apparentemente, 
elementi centrali del keynesianismo per sè consistentemente 
reppresentati (statalizzazione o «nazionalizzazione» delle banche ed 
eventualmente delle industrie chiave, regolazione dei mercati 
finanziari) sono repentinamente oggetto di nuovi onori. Tuttavia, non si 
tratta più di uno Stato-provvidenza keynesiano, come nel periodo finale 
della prosperità fordista nella decade del 1970, ma di un keynesianismo 
d'emergenza del capitale finanziario, che viene di pari passo con 
l'aggravamento dell'amministrazione statale antisociale del lavoro e 
delle persone. É il paradosso del prolungamento del neoliberalismo con 
mezzi quasi keynesiani, perchè nel limite interno resosi storicamente 
manifesto della valorizzazione non esiste più una qualche terza opzione. 
Il credito statale non sta fluendo verso programmi sociali, educazione, 
servizi sanitari etc, ma è lanciato nel buco nero dei bilanci 
debilitati. La sinistra keynesiana rimane disarmata di fronte alla nuova 
qualità della crisi perché non possiede alcuna nozione della medesima. 
Mentre essa crede di presentire la brezza mattinale keynesiana, nella 
realtà gli è presentato il conto della sua autoconsegna al modo di 
produzione e di vita capitalistici. Se vuole «evolversi» nella nuova 
espansione del credito statale portatrice di inflazione, essa stessa 
corre il rischio di rendersi parte integrante dell'amministrazione 
capitalistica della crisi. Indizi di questo già esistono in tutta 
Europa. Nel caso la sinistra di partito e di movimento si renda in 
questo senso «politicamente capace» e per le élites del capitale 
«socialmente capace», la sua «socialdemocratizzazione» potrebbe sfociare 
in una carriera nella base dello stato d'eccezione.

-Che forme di mediazione possono essere stabilite tra le lotte immanenti 
per le condizioni basilari della sopravvivenza e la critica delle 
categorie di base del sistema del capitale (merce, valore, denaro, 
lavoro astratto, Stato, politica)?

Non c'è dubbio che la lotta sociale organizzata extraparlamentarmente 
per le necessità materiali e culturali della vita, in resistenza contro 
la brutale riduzione del livello di civilizzazione, è l'unica 
alternativa alla collaborazione parlamentare «politica» di «sinistra» 
con l'amministrazione statale della crisi. Inevitabilmente sorgerà un 
contromovimento sociale costituito di nuovo, inizialmente come 
«trattamento della contraddizione» immanente, che non delegherà più le 
necessità allo Stato ma presenterà esigenze autonome, anche se queste 
dovranno essere erette contro lo Stato. É il caso, per esempio, di un 
salario minimo legale sufficientemente elevato, della resistenza contro 
nuovi tagli nei trasferimenti sociali e contro l'angheria repressiva 
delle misure coercitive dell'amministrazione del lavoro, contro la 
privatizzazione o la chiusura delle infrastrutture pubbliche vitali (per 
esempio l'assistenza medica). Ma sono all'ordine del giorno anche il 
dibattito sul bilancio dell'educazione e le critiche all'obsoleto e 
rigido legame dei contenuti dell'insegnamento e della ricerca alle 
necessità della valorizzazione del capitale.
Esiste un momento importante nella mediazione della «critica 
categoriale» che consiste nell'apprendere come si può distinguere, nel 
«trattamento della contraddizione», tra forme che facciano avanzare e 
forme affermative. Ciò include, in primo luogo, il riconoscimento che la 
difesa delle necessità vitali per la via ufficiale della politica si è 
resa del tutto illusoria. Devono essere evidenziati i contenuti 
alternativi delle rivendicazioni sociali dirette, da un lato, e quanto 
sia futile la speranza nei programmi statali di congiuntura per nuovi 
investimenti di capitale, dall'altro. Questi ultimi agganciano in 
partenza le necessità sociali al «successo» della valorizzazione del 
capitale, sulla base in rovina del lavoro astratto, e alla 
«finanziabilità» da qui derivata, secondo criteri capitalistici. I 
primi, al contrario, possono aprire il cammino per la negazione del 
«terrore della finanziabilità» e per approssimarsi al superamento della 
forma valore e del denaro. Questa alternativa, a renderla effettiva 
nelle nuove condizioni di crisi, può anche collocarsi tra gli elementi 
«di sinistra» della classe politica, così conducendo a polarizzazioni; 
da qui, intanto si costituisce un contromovimento sociale. Nell'antico 
movimento operaio già si avevano elementi di questa alternativa, anche 
se sotto il fondo ideologico di un'ontologia del lavoro astratto. 
Proprio per questa ragione i contromovimenti sociali (anche in 
corrispondenza con la loro coscienza basata sull'ontologia del lavoro), 
furono sempre trasformati in orientamento statale e, come «marxismo di 
partito», vincolati a un intervento della politica; poiché lo Stato è 
appunto l'istanza sociale di sintesi sulla base del lavoro astratto. Nei 
limiti storici del lavoro astratto e della valorizzazione reale del 
capitale, l'alternativa tra contromovimento sociale e statalismo si pone 
adesso in forme completamente nuove e deve essere formulata 
conseguentemente, dato che la speranza nel credito dello Stato può 
solamente svergognarsi con lo scatenamento dell'inflazione e non 
contiene più dunque un qualsiasi potenziale sociale.
Un secondo momento di mediazione è la critica di tutte le forme di 
esclusione sociale, siano esse articolate apertamente o indirettamente e 
subliminalmente. Intanto che i movimenti sociali opereranno sul piano 
del «trattamento della contraddizione» immanente, si avranno sempre 
queste tendenze. Giá nell'antico movimento operaio si ebbero forti 
sentimenti negativi contro gli strati inferiori dequalificati. Oggi 
possiamo osservare atteggiamenti simili da parte di un'«aristocrazia 
operaia» globalizzata, nel frattempo in dissoluzione, contro i «caduti 
fuori», o contro i lavoratori dei settori dei bassi salari; e fin negli 
stessi ceti inferiori della «cultura dominante», contro i migranti. Su 
tutto però sono le classi medie accademiche e subaccademiche, sotto la 
minaccia della caduta nei centri capitalistici, che pretendono di 
salvare la propria pelle e stilizzare come ideale di emancipazione 
generale i loro interessi specifici in quanto «capitale umano», quando 
nella realtà la vita degli «altri» gli è indifferente. A misura che si 
costituirà un contromovimento sociale, il compito della «critica 
categoriale» è precisamente identificare analiticamente i diversi 
potenziali di esclusione sociale complessamente sovrapposti e affrontarli.
Ciò può ottenere successo soltanto se la critica riesce a trasmettere 
che, oltre le categorie capitalistiche, sarà facilmente possibile 
soddisfare le necessità della vita «per tutti». In questo contesto, il 
compito è rendere coscienti i contromovimenti sociali (contando che 
sorgano) dell'enorme discrepanza tra i potenziali di ricchezza materiale 
e l'impossibilità di continuare a trattarli nella forma capitalista. 
Tuttavia la riflessione teorica sulle categorie reali del capitale, 
forma valore e merce, plusvalore, lavoro astratto etc, e la loro 
modulazione politico-statale, non è presente nella coscienza delle 
masse. Può allora essere mobilitata l'esperienza pratica del fatto che 
esistono, dal punto di vista tecnico-pratico e materiale, le capacità 
per soddisfare le necessità materiali, sociali e culturali, ma sono 
paralizzate dal capitalismo, perché non può più essere soddisfatto 
l'assurdo fine in sè della trasformazione del «lavoro» in «più lavoro» e 
del «denaro» in «più denaro». Se sempre più individui diventano senza 
tetto, mentre contemporaneamente ci sono alloggi vuoti in massa, o se 
sempre più malati e bisognosi non sono adeguatamente accuditi, mentre, 
al tempo stesso, l'amministrazione chiude ospedali, medici e personale 
ospedaliero vengono messi sotto pressione o diventano «disoccupati», 
allora questa esperienza può essere fondamentalmente trasformata in 
critica radicale della forma della merce e del denaro, arricchendo 
l'esperienza con la riflessione teorica.
Questo approccio è corretto anche quando si invoca il cosiddetto 
problema «ecologico» (degrado climatico, esaurimento delle colture, 
erosione dei fondamenti naturali della vita, etc.). Su questo aspetto, 
la mediazione della «critica categoriale» deve rendere cosciente la 
connessione interna tra poteri distruttivi del modo di produzione 
capitalista della ricchezza materiale, da un lato, e la forma 
capitalista delle relazioni sociali, dall'altro. Non è la produzione in 
sé di una quantità sufficiente di alimenti e beni culturali che porta 
alla distruzione della «biosfera», ma la razionalità della logica della 
valorizzazione dell'economia d'impresa, la quale crea povertà mentre 
distrugge le sue stesse basi e rovina la natura. Il potere distruttivo 
di certe forme capitalistiche di ricchezza materiale (trasporto 
automobilistico individuale, industria della difesa, agro-industria 
disseminatrice di veleni, etc) non può essere giocato contro la 
socializzazione delle necessità della vita sociale. L'alternativa 
all'«automobilizzazione» non è l'eliminazione della mobilità in sé ma 
l'espansione del trasporto pubblico, sotto il controllo sociale, nella 
resistenza contro la privatizzazione. É particolarmente perfido 
responsabilizzare le persone, condannate a indegne razioni di miseria e 
capitalisticamente impoverite, perchè «consumano troppo» distruggendo 
così il clima. Mentre la «catastrofe climatica» ha recentemente, in 
tempi di congiuntura di deficit, causato sensazione mediatica, adesso, 
nella crisi, gli obiettivi ufficiali della riduzione delle sostanze 
inquinanti sono nuovamente tagliati, perché dev'essere mantenuta a 
qualsiasi prezzo la forma capitalistica della produzione. É 
perfettamente possibile che l'amministrazione di crisi intenda sostenere 
più restrizioni sociali con una legittimazione «ecologica». In questa 
contraddizione si muove anche l'ideologia «ecologica» appoggiata da una 
parte delle classi medie, la quale pretende di parlare dei «limiti del 
capitalismo» solamente nel senso di un «limite esterno» delle risorse 
naturali, mentre il «limite interno» del lavoro astratto e della 
«valorizzazione del valore» è percepito solo in forma riduzionista 
(«limiti di crescita») o completamente dimenticato, perchè ognuno 
gradirebbe essere coinvolto «ecologicamente» nell'amministrazione della 
crisi. Dal punto di vista di un ulteriore sviluppo della critica 
dell'economia politica, questo «riduzionismo ecologico» è tanto 
criticabile quanto l'orientamento economico affermativo verso un 
«keynesianismo di crisi».
Un altro passo nella mediazione della «critica categoriale» sarebbe la 
riapertura di un dibattito sulla pianificazione sociale, non più basata 
sul lavoro astratto, sulla forma valore e sullo Stato. Come eredità 
dell'epoca passata, il «socialismo» attuale è più che mai equiparato 
alla «nazionalizzazione», il che continua a portare solo a frasi 
paradossali, come «socialismo del mercato finanziario», in cui si 
esprime, tuttavia, il paradosso reale delle nuove condizioni di crisi. 
Per una vera trasformazione oltre il capitalismo, il compito è 
organizzare in nuovi modi il flusso sociale mondiale delle risorse 
materiali e sociali come tali e smetterla di rappresentarle nelle 
categorie del «valore» e della sua «sostanza lavoro», che storicamente 
si sono rese obsolete. Ciò include il problema dei momenti della 
riproduzione sociale che mai sono apparsi nel lavoro astratto e nella 
valorizzazione, e storicamente furono delegati alle donne (prendersi 
cura dei figli, assistenza, lavoro domestico, «lavoro d'amore», etc.). 
Nei limiti della valorizzazione del capitale anche questo «cemento 
sociale» si frantuma. Una trasformazione sociale deve dunque 
riorganizzare questi momenti, liberarli dalla loro attribuzione sessuale 
e creare per loro un fondo sociale di tempo libero che da tempo è ormai 
possibile.
Sarebbe necessario scatenare un ampio dibattito sociale su questo, in 
cui far entrare molteplici esperienze e competenze, non limitandosi a un 
approccio strettamente teorico. La critica teorica può solo tentare di 
incoraggiare questo dibattito, conformemente allo sviluppo della crisi, 
e rendere di nuovo coscienti della questione della pianificazione sociale.
Proprio perché la «critica categoriale», nel contesto della forma 
capitalistica, malgrado la storica crisi di questa, non è suscettibile 
di trasmissione senza rotture e, nei limiti delle «forme di pensiero 
obiettive» (Marx), urta con la coscienza sociale, essa non può limitarsi 
alla argomentazione politico-economica «obiettiva» in senso borghese. Un 
momento essenziale della mediazione è anche la critica radicale 
dell'ideologia. Tutta la digestione affermativa della crisi nella 
coscienza è produzione di ideologia, e non solo nell'orientamento 
statale o nel riduzionismo ecologico. Anche le ideologie basilari 
moderne del nazionalismo, antisemitismo, razzismo, antiziganismo (il 
risentimento contro i sinti e i rom come «paria» della modernità) e 
sessismo sono fortemente recuperate e riconfigurate nella crisi. Sullo 
sfondo vi è sempre l'aggressiva difesa di determinate vite 
capitalistiche di classi in lotta di concorrenza. Centrale a questo 
proposito oggi è l'ideologia della «nuova classe media» di fronte ai 
processi di crisi, nella lotta per il potere di interpretazione e per 
l'egemonia. I vari elementi della produzione di ideologia formano 
amalgami, anche indirettemente e subliminalmente. Il compito della 
«critica categoriale» è dunque analizzare i «dispositivi» modulati 
dall'elaborazione ideologica e penetrare profondamente il concetto di 
ideologia, oltre il marxismo tradizionale, allo scopo di combinare un 
programma di trasformazione sociale con un programma di intervento della 
critica dell'ideologia. L'attuale sinistra di movimento, con il suo 
orientamento teoricamente disarmato verso «lotte» meramente simboliche, 
è ben lungi da tutto questo. Per questo si osserva ovunque 
un'inquietante convergenza tra posizioni di «sinistra» e di «destra» 
nella critica riduzionista del capitalismo.

-Quale ruolo può avere oggi la lotta di classe per diffondere la 
coscienza di classe, nel senso di Lukács?

Il paradigma tradizionale della «lotta di classe» non è più suscettibile 
di mobilitazione nella nuova situazione del limite interno assoluto 
della valorizzazione. Storicamente, la rappresentazione sindacale e 
politica del «proletariato» non era che la rappresentazione del 
«capitale variabile» autoaffermativo e quindi la rappresentazione del 
lavoro astratto. Si costruì qui un'opposizione meramente relativa tra 
principio del «lavoro», presumibilmente astorico e antropologico, e la 
forma della proprietà privata capitalistica concepita giuridicamente, 
quando in realtà lavoro astratto e proprietà privata giuridica dei mezzi 
di produzione rappresentano soltanto differenti determinazioni nel 
sistema di riferimento comune soggiacente della «valorizzazione del 
valore». Marx designò questo contesto soggiacente come «soggetto 
automatico» della società moderna feticistica, in cui tutte le posizioni 
sociali sono prigioniere in quanto «funzioni» della logica della 
valorizzazione. Non esiste qualche «principio» ontologico suscettibile 
di essere invocato per l'emancipazione sociale. Al contrario, il 
capitalismo può essere superato solo attraverso una critica concreta 
delle sue forme storiche basilari. La «lotta di classe» fu 
essenzialmente un movimento di «lotta per il riconoscimento» nel terreno 
delle categorie capitalistiche. Per questo l'antico movimento operaio 
adottò dal protestantesimo e dall'ideologia borghese dell'Illuminismo 
non solo l'ontologia del lavoro astratto ma anche l'ontologia della 
relazione capitalistica di genere, cioè delle attribuzioni storiche 
della «maschilità e della femminilità». Ciò che venne fuori dalla «lotta 
per il riconoscimento» (diritto di sciopero, libertà di associazione, 
libertà di riunione, diritto di voto, etc) finì sempre soltanto nella 
nazionalizzazione delle categorie capitalistiche non superate. Il 
paradigma socialista di «lotta di classe» si esaurì in questo.
Nella nuova situazione storica, il «riconoscimento» da tempo raggiunto 
dai salariati, come soggetti economici e cittadini statali della società 
feticista, diventa una catena e una trappola. Gli individui sono, nel 
migliore e nel peggiore dei casi, legati alla coercizione della 
valorizzazione. Non è solo una questione di coscienza. Anche 
oggettivamente, la base sociale della vecchia «lotta di classe» si 
disfa. Sotto le condizioni della Terza Rivoluzione Industriale, il 
capitale non può più organizzare eserciti «produttivi» di lavoro 
astratto. Una volta che il processo di individualizzazione in quanto 
fenomeno di crisi distrugge i filtri sociali, i soggetti socialmente 
atomizzati si riferiscono direttamente alla relazione di valore globale, 
che contemporaneamente diventa virtualizzata sotto la forma del credito 
non più ormai suscettibile di adempimento, e quindi diventa obsoleta. In 
apparenza sorgono una «molteplicità» di situazioni sociali diffuse che 
però non possono ormai più essere integrate sulla base delle categorie 
capitalistiche. Personale permanente ed eventuale, lavoratori a termine 
e subimpiegati, disoccupati con sussidio oggetto dell'amministrazione di 
crisi, falsi autonomi e imprenditori della miseria, etc, non 
rappresentano più una qualche massa omogenea di un «proletariato 
creatore di plusvalore». L'ideologia di movimento, dalla decade dei '90, 
si limitò ad assumere affermativamente questa «moltiplicità» e a 
riunirla senza concettualizzarla, sotto il mantello della «moltitudine», 
non a superarla. Per una nuova organizzazione delle lotte sociali, 
l'obiettivo non è più il «riconoscimento» in quanto creatore di 
plusvalore, ma solo la critica e la trasformazione della stessa 
categoria valore e della relazione di genere che gli è associata. La 
base non può essere un'organizzazione capitalistica del «lavoro» 
opposta, che è dissolta e demoralizzata, ma solo l'autorganizzazione 
cosciente della critica storica concreta delle categorie dominanti, 
partendo dal «trattamento della contraddizione» immanente e andando al 
di là di esso. Non è una questione di costituzione «obiettiva» della 
classe come rappresentazione del «capitale variabile», ma una questione 
di coscienza. Non, però, qualche coscienza «idealista», in termini, per 
esempio, di un'«etica» della filosofia morale, ma una coscienza che si 
confronta con il limite storico della valorizzazione e con la caduta del 
livello di civilizzazione.
Su questo punto è necessario tornare ancora una volta al problema della 
«nuova classe media» minacciata dalla caduta. La disorganizzazione degli 
«eserciti del lavoro» industriale e la decadenza dell'antico movimento 
operaio sono andate di pari passo con l'ascensione di questa classe 
media qualificata, nella fase di prosperità fordista. La base economica 
non era la produzione reale di plusvalore, ma l'espansione del credito 
statale. L'autocoscienza sociale che l'accompagnava non era tanto 
nell'ontologia del «lavoro», ma molto di più nello statuto del «capitale 
umano» in quanto «formazione superiore». Già la nuova sinistra, a 
partire dal 1968, era essenzialmente un movimento della classe media, 
anche se continuava a ricercare, ideologicamente e astrattamente, a 
partire dal fondo marxista, un'inutile mediazione con l'esaurita «lotta 
di classe» del «proletariato». Nell'era dell'economia delle bolle 
finanziarie, le «nuove classi medie» divennero dipendenti 
dall'espansione del credito privato e sempre più precarizzate. Fu 
appunto in questo contesto che la «visione del mondo» della coscienza 
della classe media guadagnò una posizione dominante anche a sinistra. La 
ripresa della vecchia retorica della «lotta di classe», e soprattutto 
dei suoi derivati, per esempio nella figura della «moltitudine» 
postoperaista, sono tutti implicitamente (e a volte esplicitamente) 
formulati a partire dalla prospettiva della coscienza categorialmente 
affermativa della classe media. Oggi non è tanto l'ontologia del 
«lavoro», da tempo corrosa, che blocca la transizione del marxismo del 
movimento operaio verso la «critica categoriale», ma l'ideologia della 
classe media, ostinata con il suo «capitale umano», che si nasconde 
sotto la «molteplicità» degli approcci di movimento. Una volta che le 
classi medie sono inevitabilmente coinvolte in un grande contromovimento 
sociale, la rottura con questa ideologia e di un'importanza decisiva.
Il problema dell'organizzazione della lotta sociale, che deve integrare 
in maniera differente la disperata «moltiplicità» di situazioni oltre il 
paradigma della «lotta di classe», non parte teoricamente da zero. La 
transizione verso la «critica categoriale» si incontra negli approcci 
dei grandi teorici alle frontiere del marxismo tradizionale, come Lukács 
(e, in altra forma, Adorno). Lukács fornì le prime indicazioni nel libro 
pubblicato nel 1923, Storia e coscienza di classe, specialmente nel 
grande saggio centrale sulla «reificazione». Com'era da aspettarsi, data 
la situazione di allora, egli combina per la prima volta l'implicita 
ontologia del lavoro e la tradizionale «posizione di classe» da qui 
derivata, con la discussione della costituzione feticista moderna 
socialmente soggiacente. Lukács si lasciò dissuadere dai suoi punti di 
vista innovativi, considerati «idealisti» dal marxismo di partito, e più 
tardi tornò a una esplicita e abbastanza noiosa ontologia del lavoro 
astratto. Il suo lavoro del 1923 è stato utilizzato dai nuovi approcci 
della «critica categoriale» degli anni '80, specialmente sotto il punto 
di vista della coscienza di classe «attribuita» (zugerechnete) e del 
proletariato come presunto «soggetto-oggetto della storia». Ma il suo 
precedente saggio teorico non si riduce a questo. Una lettura rinnovata 
nelle attuali condizioni promuove conoscenze sorprendenti. Ciò a cui 
egli fa riferimento con il concetto di «reificazione» rappresenta già 
una critica delle forme basilari del capitalismo, per lungo tempo senza 
pari; da alcuni è letta come una critica anticipata del pensiero 
postmoderno. Decisivo é il postulato di un «divenir cosciente» 
(Bewußtwerden) della critica della forma merce in quanto forma generale 
di esistenza nel capitalismo, compresa la merce forza lavoro. Con ciò, 
Lukács si ricollega alla definizione di Marx delle categorie 
capitalistiche, come «condizioni reali di esistenza» e, 
contemporaneamente, «forme obiettive di pensiero», definizione che venne 
nascosta dal movimento operaio.
Se spogliamo questo approccio teorico dalla sua «attribuzione» a un 
«punto di vista» del «lavoro», molto di esso può essere assunto per una 
nuova «critica categoriale» sotto le condizioni di individualizzazione e 
di relazione del valore in decadenza. Essenziale è, in primo luogo, 
includere nel piano categoriale la moderna relazione di genere, ancora 
non approcciata da Lukács. In secondo luogo, le relativizzazioni 
critiche della «coscienza di classe proletaria» formulate nel saggio 
sulla reificazione sono oggi soprattutto relazionabili alla coscienza 
della classe media (anche su ciò già si incontrano approcci in questo 
saggio). Si pone dunque il compito di riformulare la visione di Lukács 
in questa situazione storica fondamentalmente differente, allo scopo di 
rendere fecondo quel "divenir cosciente" critico della forma merce, 
verso una reintegrazione della lotta sociale oltre la falsa obiettività 
capitalista.

-Come definirebbe un concetto di rivoluzione per il tempo presente che 
potesse rompere con il feticismo e con una vita quotidiana totalmente 
subordinata alla riproduzione del capitale?

Il concetto di «rivoluzione» fu storicamente occupato dal paradigma 
della grande Rivoluzione Francese, dalle seguenti rivoluzioni borghesi 
del secolo XIX e dalle rivoluzioni della «modernizzazione in ritardo» 
nella periferia del mercato mondiale nel secolo XX (Russia, Cina, «Terzo 
Mondo»). In questo contesto, la «rivoluzione» si limitò alla forma 
politica della «conquista del potere» e, nel secolo XX, alla 
nazionalizzazione delle categorie capitalistiche. In questo senso questo 
concetto appartiene alla storia dell'imposizione del lavoro astratto, 
della logica della valorizzazione e della relazione di genere moderna. 
Pare, quindi, che la sua carriera sia terminata. Nel marxismo residuale 
e nell'ideologia del movimento, la «rivoluzione» come atto politico 
della sovversione più non impegna alcun ruolo. Ma stanno gettando fuori 
il bambino con l'acqua sporca. Una volta che la sinistra ha archiviato 
il concetto di rivoluzione senza attualizzarlo, essa si è limitata a 
ratificare la sua autoconsegna alla forma capitalista di vita, nella 
base sociale della classe media.
Marx ha criticato il concetto di rivoluzione limitato alla politica già 
nei primi scritti. Per lui, la «rivoluzione sociale» presenta una 
qualità differente che sopprime anche lo statalismo della forma 
politica, insieme con il valore e la forma merce. Così come più tardi 
nel caso di Lukács, questo sovvertimento, tuttavia, ancora figurava in 
Marx come «rivoluzione proletaria». E' appunto questo paradigma che si 
mantiene nel concetto di rivoluzione ridotto alla politica. Oltre 
l'ontologia del lavoro, nel limite interno della valorizzazione, si pone 
in forma nuova e differente la questione della «rivoluzione sociale», 
cioè come rottura della sintesi sociale dominante nelle forme del valore 
e della relazione capitalista di genere. «Sintesi sociale» altro non 
significa che la forma specifica dei socializzazione, nel senso di una 
«totalità negativa», può essere superata solo con un sovvertimento 
dell'insieme della società.
Proprio per questo, è necessario un movimento sociale su grande scala, e 
ora su scala transnazionale, per raggiungere la sintesi sociale in 
generale. Non bastano, per esempio, occupazioni di imprese da parte del 
personale che, in seguito, appena si rende soggetto collettivo del 
capitale, continua a fare la sintesi attraverso il mercato e la 
concorrenza. Finora tutti questi tentativi sono falliti (come durante la 
grande crisi in Argentina). Non è possibile una trasformazione al 
livello di ogni capitale, o al livello di una riproduzione particolare, 
ma la questione della sintesi, e, così, della pianificazione sociale 
oltre la forma merce, costituisce sempre il punto di partenza (e non un 
qualche punto finale) della rottura pratica con il capitalismo. In 
questo contesto il concetto di «rivoluzione» non è semplicemente 
irrilevante, malgrado esso non abbia più che a vedere con l'antico 
paradigma «politicista». La teoria critica come «critica categoriale» 
deve persistire da questo punto di vista della sintesi sociale, anche 
contro la coscienza di movimento meramente «simbolica», che non si pone 
questa questione decisiva.
La sinistra di movimento postoperaista preferisce parlare oggi di Mutare 
il mondo senza prendere il potere (John Holloway). La sintesi sociale è 
sostituita con un diffuso concetto di «vita quotidiana» che ha fatto 
carriera già dal movimento del 1968. Ciò che molte volte si designa come 
«rivoluzione» culturale «della vita quotidiana» è sempre, in un modo o 
nell'altro, la musica di fondo del mutamento sociale; ma, ridotta a 
questo punto di vista, può anche trattarsi di un adattamento culturale 
alla dinamica capitalistica. Tali concetti del '68 e della sinistra 
postmoderna sono stati da tempo adottati dal management di crisi del 
capitalismo, per esempio, sotto la forma della propaganda neoliberale di 
«auto-responsabilizzazione» individuale. Il tema della «vita quotidiana» 
non può sostituire il vero intervento al livello di sintesi sociale; 
così come non può dispiegare la necessaria forza d'intervento (per 
esempio attraverso scioperi, blocchi, paralisi delle vie nevralgiche 
capitalistiche). La «questione del potere» non si limita al paradigma 
«politicista» del potere di Stato, ma, a maggiore ragione, si pone come 
questione di un «contropotere» sociale in resistenza contro 
l'amministrazione di crisi. In realtà, la «vita quotidiana» solo per sé 
non è un rifugio di «resistenza», il cui concetto in questa forma 
diventa vuoto. La resistenza, semmai, comincia quando gli individui si 
sollevano contro il loro «quotidiano», determinato dal capitalismo in 
tutti i pori, e si rendono in generale capaci di organizzazione.
La metafisica del quotidiano della sinistra si riferisce anche, in 
parte, alla continuazione del fallito movimento d'alternativa degli anni 
'80, ai tentativi di un «altro» modo di vita e di produzione nella 
piccola scala di «comunità» particolari, che si legittimano 
neo-utopicamente o pragmaticamente. Questi tentativi, per esempio, nella 
forma della cosiddetta «economia locale» o del movimento digitale open 
source, così come l'occupazione delle imprese, non possono raggiungere 
il livello di sintesi sociale. Come alternativa apparente a un movimento 
di resistenza sociale a partire dall'immanenza capitalista corrono il 
rischio di trasformarsi in un'«auto-amministrazione della povertà». Se 
lì vi appare ancora l'idea di una «critica della forma merce», sarà 
abbassata verso un formato in cui tale critica non sarà possibile senza 
perdere il suo contenuto decisivo e senza coinvolgersi in contraddizioni 
senza uscita. Le presunte alternative rimangono legate alle relazioni 
contrattuali borghesi, e non solo; esse si riferiscono solo a piccoli 
segmenti della riproduzione, che rimane nel suo insieme determinata in 
modo capitalista. Perciò, i «progetti di prassi» particolari, 
normalmente guardano a un finanziamento esterno dello Stato, sia nella 
forma di uma «reddito di base» sia nella forma di un patrocinio 
autarchico. Statalismo keynesiano e ideologia d'alternativa sono appena 
due facce della stessa medaglia; il denominatore comune è l'orientamento 
diretto o indiretto verso il credito statale. Qui si esprime ancora una 
volta l'inconfessato dominio della coscienza della classe media, che 
vuole sempre lavare la pelle senza bagnarla. Le sinistre keynesiana e 
dell'ideologia d'alternativa devono quindi entrambe rimuovere e negare 
la nuova qualità della crisi, perché le loro illusioni non possono 
sopravvivere alla fine del sistema del credito globale e dell'economia 
delle bolle finanziarie. Esse si confronteranno con il vero limite della 
sintesi sociale dominante, al più tardi, quando la grave frana 
dell'economia mondiale raggiungerà anche la «vita quotidiana» nei centri 
capitalistici..


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