[Redditolavoro] Gli operai di Torino diventati invisibili

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Fri Jan 11 14:11:36 CET 2008


Gli operai di Torino diventati invisibili 

- EZIO MAURO   Repubblica – 11.1.08

TORINO - "Turno di notte vuol dire che monti alle 22. Sono abituato. Quel
mercoledì sera, il 5 dicembre, sono arrivato come sempre un quarto d'ora
prima, ho posato la macchina, ho preso lo zainetto e sono entrato col mio
tesserino: Pignalosa Giovanni, 37 anni, diplomato ragioniere, operaio alla
Thyssen-Krupp, rimpiazzo, cioè jolly, reparto finitura. Salgo, guardo il
lavoro che mi aspetta per la notte e vedo che ho solo un rotolo da fare".
"Allora vado prima a trovare quelli della linea 5, devo dire una cosa ad
Antonio Boccuzzi, ma poi arrivano gli altri e si finisce per parlare tutti
insieme del solito problema. Il 30 settembre la nostra fabbrica chiuderà, a
febbraio si fermerà per prima proprio la 5, stiamo cercando lavoro e non
sappiamo dove trovarlo. Duecento se ne sono già andati, i più esperti, i
manutentori, molti alla Teksfor di Avigliana. Noi mandiamo il curriculum in
giro, con le domande. L'azienda se ne frega, la città anche. Chiediamo agli
amici, ai parenti operai che hanno un posto. Chi può cerca altre cose, Toni
"Ragno" dice che ha la patente del camion e prova con le ditte di trasporti:
gli piacerebbe, tanto ogni giorno fa già adesso 75 chilometri per arrivare
all'acciaieria e 75 per tornare a casa. Bruno ha deciso, il 29 chiude con la
fabbrica e apre un bar con Anna, Angelo ha provato a farsi trasferire alla
Thyssen di Terni, la casa madre, ma poi è tornato indietro per la famiglia.
Parliamo solo di questo, come tutte le notti, abbiamo il chiodo fisso. E'
brutto essere giovani e arrivare per ultimi. La Thyssen qui in giro la
chiamano la fabbrica dei ragazzi, perché dei 180 che siamo rimasti il 90 per
cento ha meno di trent'anni. Ma questo vuol dire che quando tutt'attorno
chiude la siderurgia e Torino non fa più un pezzo d'acciaio che è uno, chi
ti prende se sai fare solo quello? Eppure siamo specializzati,
superspecializzati, non puoi sostituirci con un operaio qualsiasi che non
abbia fatto almeno 6 mesi di formazione per capire come si lavora l'acciaio.
E infatti ci pagano di più, uno del quinto livello alla Fiat prende 1400
euro, qui con i turni disagiati, la maggiorazione festiva, il domenicale
arrivi a 1700 anche 1800 senza straordinario. Non ti regalano niente, sia
chiaro, perché lavori per sei giorni e ne fai due di riposo, quindi ti
capitano un sabato e domenica liberi ogni sei settimane, non come a tutti i
cristiani. Ma la siderurgia è così, lavoriamo divisi in squadre e quando
smonta una monta l'altra perché le macchine non si fermano, 24 ore su 24,
questo è l'acciaio. Che poi, se ci fermassimo noi si ferma l'Italia perché
siamo i primi, senza l'acciaio non si vive, dai lavandini all'ascensore,
alle monete, alle posate, siamo la base di tutta l'industria manifatturiera,
dal tondino per l'edilizia alle lamiere per le fabbriche, agli acciai
speciali. E quando parlo di acciaio intendo l'inox 18-10, cioè 18 di cromo e
10 di nichel, roba che a Torino si fa soltanto più qui da noi, che è come
l'oro visto che il titanio viaggia a 35 euro al chilo e noi facciamo rotoli
da sei, settemila chili. Eppure tutto questo finirà, sta proprio per finire,
Torino resterà senza, siamo come le quote latte. E' chiaro che ne parliamo
tutte le sere, come si fa? Comunque, a un certo punto, sarà mezzanotte e
mezza, io saluto tutti, e dico che vado a fare quel rotolo che mi aspetta.
Salgo, e lì sotto comincia l'inferno. E' una parola che si usa così, come un
modo di dire. Ma avete un'idea di com'è davvero l'inferno"? Se a Torino
chiedi degli operai della Thyssen, ti indicano il cimitero.

Bisogna prendere il viale centrale, passare davanti ai cubi con i nomi dei
partigiani, andare oltre le tombe monumentali della "prima ampliazione",
girare a sinistra dove ci sono i nuovi loculi. Lì in basso, come una catena
di montaggio, hanno messo Antonio Schiavone, 36 anni (detto "Ragno" per un
tatuaggio sul gomito), morto per primo la notte stessa, Angelo Laurino, 43
anni, morto il giorno dopo come Roberto Scola, 32 anni. Subito sotto,
Rosario Rodinò, 26 anni, che è morto dopo 13 giorni con ustioni sul 95 per
cento del corpo e Giuseppe Demasi, anche lui 26 anni, ultimo dei sette a
morire il 30 dicembre dopo 4 interventi chirurgici, una tracheotomia, tre
rimozioni di cute con innesti e una pelle nuova che doveva arrivare il 3
gennaio per il trapianto, ed era in coltura al Niguarda di Milano. Ci sono i
biglietti dei bambini appesi con lo scotch, come quello di Noemi per Angelo,
ci sono le sciarpe della Juve, mazzi di fiori piccoli col nailon appannato
dall'umidità, un angelo azzurro disegnato da Sara per Roberto, quattro
figure colorate di rosso da un bambino per Giuseppe, tre Gesù dorati, due
lumini per terra. Attorno alle cinque tombe, una striscia azzurra tracciata
dal Comune le separa dagli altri loculi. E' un'idea del sindaco Sergio
Chiamparino e del suo vice Tom Dealessandri, una sera che ragionavano sulla
tragedia della Thyssen. Se tra un anno, cinque, dieci, qualcuno vorrà
ricordarla, parlarne, partire da quei morti per discutere sulla sicurezza
nel lavoro, ci vuole un posto, e non ci sarà neppure più la fabbrica, non ci
sarà più niente: mettiamoli insieme, quelli che non hanno una tomba di
famiglia; hanno lavorato insieme e sono morti insieme. Quelle fotografie di
ragazzi sono le uniche tra i loculi, le altre sono di vecchi e dove non c'è
la foto c'è la data: 1923, 1925, 1935, 1919, anche 1912. Intorno, un telone
nasconde lo scavo di una gru nel campo del cimitero, si sente solo il rumore
in mezzo ai fiori, ma c'è lavoro in corso. Siamo a Torino, dice un
guardiano, è la solita questione: lavoro, magari invisibile, ma lavoro.
"Dunque, ero da solo, con la gru in movimento. Il mio lavoro si può fare
così. Alla linea 5 invece il turno montante era completo. Mancavano due
operai, ma si sono fermati in straordinario Antonio Boccuzzi e Antonio
Schiavone, anche se avevano già fatto il loro turno, dalle 14 alle 22.
Quella tecnicamente è una linea tecnico-chimica per trattare l'acciaio,
temprarlo e pulirlo per poi poterlo lavorare. Stiamo parlando di una bestia
di forno a 1180 gradi, lungo 40-50 metri, alto come un vagone a due piani, e
lì dentro l'acciaio viaggia a 25 metri al minuto se è spesso e a 60 metri se
è sottile, per poi andare nella vasca dell'acido solforico e cloridrico che
gli toglie l'ossido creato dalla cottura nel forno. La squadra di 5 operai
sta nel pulpito, come lo chiamiamo noi, una stanzetta col vetro e i comandi.
Ci sono anche il capoturno Rocco Marzo e Bruno Santino, addetto al trenino
che porta il rullo da una campata dello stabilimento all'altra. Manca poco
all'una. So com'è andata. Il nastro scorre a velocità bassa, sbanda, va
contro la carpenteria, lancia scintille, l'olio e la carta fanno da innesco,
c'è un principio di incendio. Loro pensano che sia controllabile, come altre
volte. Escono dal pulpito, si avvicinano, provano con gli estintori, ma sono
scarichi. Un flessibile pieno d'olio esplode in quel momento, passa sul
fuoco come una lingua e sputa in avanti, orizzontale, è un lanciafiamme. Non
li avvolge, li inghiotte. Boccuzzi è proprio dietro un carrello elevatore
per prendere un manicotto, e quel muletto lo ripara salvandolo. Vede
un'onda, sente la vampa di calore che lo brucia per irradiazione, ma si
salva. Gli altri sono divorati mentre urlano e scappano. Piomba in finitura
il gruista della terza campata, corri mi dice, corri, è scoppiata la 5, sono
tutti morti. Non ci credo, ma si avvicina urlando, è bianco come uno
straccio e sta piangendo. Corro, torno indietro, metto in sicurezza la gru,
corro, non penso a niente, corro e li vedo". I tre funerali sono diversi.
Prima lo choc, il dolore, la paura. Poi la rabbia. Egla Scola, che ha
vent'anni e due figli di 17 mesi e tre anni, in chiesa ha urlato verso la
bara di Roberto: vieni a casa, adesso. La madre di Angelo Laurino gli ha
detto: ora aspettami. Il padre di Bruno Santino, anche lui vecchio operaio
Thyssen, l'abbiamo visto tutti in televisione gridare bastardi e assassini,
con la foto del figlio in mano. Il giorno della sepoltura di Rocco Marzo,
arriva la notizia che è morto Rosario Rodinò, dopo quasi due settimane di
agonia. Ciro Argentino strappa la corona di fiori della Thyssen, i dirigenti
dell'azienda entrano in chiesa dalla sacrestia, se ne vanno dalla stessa
porta. Fuori ci sono soprattutto operai, in duomo come a Maria Regina della
Pace in corso Giulio Cesare, come nella chiesa operaia del Santo Volto con
la croce sopra la vecchia ciminiera trasformata in campanile. Attorno, il
fantasma della Torino operaia che fu. Qui dietro c'erano una volta la
Michelin Dora, la Teksid, i 13 mila delle Ferriere Fiat dentro i capannoni
della tragedia, poi venduti alla Finsider dell'Iri, che negli anni Novanta
ha rivenduto alla Thyssen. Che adesso chiude. Sequestrata per la tragedia,
con i cancelli chiusi e un albero trasformato in altare ("ciao, non siamo
schiavi", ha scritto un operaio della carrozzeria Bertone), già adesso
l'impianto della morte è uno scheletro vuoto, inutile, proprio dove la città
finisce e comincia la tangenziale, con le montagne piene di neve dritte
davanti. La gente conosce il posto perché lì c'è un autovelox famoso per
sparare multe a raffica. Ma non sa la storia della Thyssen. Ciro dice che un
pezzo di Torino non sapeva nemmeno dei morti, e alla manifestazione c'erano
trentamila persone, ma era la città operaia, e pochi altri. Come se fosse un
lutto degli operai, non una tragedia nazionale. Anzi, uno scandalo della
democrazia. Chi lavora l'acciaio sa di fare un mestiere pericoloso, dice
Luciano Gallino, sociologo dell'industria, perché macchine e materiali che
trasformano il metallo sovrastano ogni dimensione umana, con processi di
fusione, forgiature a caldo, lamiere che scorrono, masse in movimento. C'è
fatica, rumore, occhio, tecnica, esperienza, senso di rischio,
concentrazione. E allora, spiega Gallino, proprio qui nell'acciaio non si
possono lasciar invecchiare gli impianti e deperire le misure di sicurezza,
non si può ricorrere allo straordinario con tre, quattro ore oltre le otto
normali. Invece l'Asl dice oggi di aver accertato 116 violazioni alla
Thyssen. Le assicurazioni Axa lo scorso anno avevano declassato la fabbrica
proprio per mancanza di sicurezza, portando la franchigia da 30 a 100
milioni all'anno. Per tornare alla vecchia franchigia, bisognava fare
interventi di prevenzione, tra cui un sistema antincendio automatico proprio
sulla linea 5, dal costo di 800 milioni. From Turin, ha risposto l'azienda,
dopo che Torino avrà chiuso. "Il primo è Rocco Marzo, il capoturno, che
aveva addosso la radio e il telefono interno, bruciati nel primo secondo.
Appare all'improvviso, al passaggio tra la linea 4 e la 5. Non avevo mai
visto un uomo così. Anzi sì: dal medico, quei tabelloni dov'è disegnato il
corpo umano senza pelle, per mostrarti gli organi interni. La stessa cosa.
Le fasce muscolari, i nervi, non so, tutto in vista. Occhi e orecchie, non
parliamone. Non mi vede, non può vedere, ma sente la mia voce che lo chiama,
si gira, barcolla, cerca la voce, mi riconosce. "Avvisa tu mia moglie,
Giovanni, digli che mi hai visto, che sto in piedi, non li far preoccupare".
Lo tocco, poi mi fermo, non devo. Ha la pelle, ma non è più pelle, come una
cosa dura e sciolta. Un operatore di qualità continua a saltarmi attorno,
cosa facciamo? Mando via tutti quelli che piangono, che urlano, che sono
sotto choc e non servono, non aiutano. Dico di non toccare Rocco, di
scortarlo con la voce fuori: gli chiedo se se la sente di seguire i
compagni, di seguire la voce. Va via, lo guardo mentre dondola e sembra
cadere a ogni passo, mi sembra di impazzire. Mi butto avanti, tutta la
campata è piena di fumo nero, bruciano i cavi di gomma, i tubi con l'acido,
i manicotti. Vedo Boccuzzi che corre in giro a cercare una pompa, mi vede e
mi urla in faccia: "Li ho tirati fuori, li ho tirati fuori. Ma Antonio
Schiavone è vivo e sta bruciando lì per terra". In quel momento Schiavone
urla nel fuoco. Tre grida. E tutte e tre le volte Toni Boccuzzi cerca di
gettarsi tra le fiamme e dobbiamo tenerlo, ma lui ripete come un matto: "Il
fuoco lo sta mangiando". Dico di portarlo via, fuori. Mi volto, e mi sento
chiamare: "Giovanni, Giovanni". Non ci credo, guardo meglio, non si vede
niente. Sono Bruno Santino e Giuseppe Demasi, due fantasmi bruciati,
consumati dal fuoco eppure in piedi. Non mi sentono più parlare, non sanno
dove andare, in che direzione cercare, sono ciechi. Poi Demasi si muove,
barcolla verso la linea 4 tenendosi le mani davanti, come se fosse
preoccupato di essere nudo. Mi avvicino e lo chiamo, si volta, chiama Bruno.
Guardo la loro pelle scivolata via, non so cosa dire e loro mi cercano:
"Giovanni, sei qui vicino? Guardaci, guardaci la faccia: com'è? Cosa ci
siamo fatti, Giovanni?" Dicono gli operai che i sette, alla fine, sono morti
perché da tempo erano diventati come invisibili. Si spiegano con le parole
di Ciro Argentino e Peter Adamo, trent'anni: l'operaio ovviamente esiste,
cazzo se esiste, manda avanti un pezzo di Paese, e soprattutto a Torino lo
sanno tutti. Ma esiste in fabbrica e non fuori, nel lavoro e non nella testa
della politica. Ma lo sapete voi, aggiunge Fabio Carletti della Fiom, che
nell'assemblea del Pd appena eletta a Torino non c'è nemmeno un operaio? Che
in tutto il Consiglio comunale ce n'è uno, perché il sindacato si è
trasformato in lobby e ha minacciato di fare una lista operaia separata,
supremo scandalo per la sinistra? Dice Peter che l'invisibilità la senti
tutto il giorno, quando vai a comprare il pane, quando esci la sera. Per le
storie veloci con le ragazze in discoteca, fai prima a dire che sei un
rappresentante, vai più sul sicuro. Non è rifiuto o disprezzo, aggiunge
Davide Provenzano, 26 anni, è che sei di un altro pianeta. Credono di poter
fare a meno di te. Da bambino, spiega, vedevo con mio padre al telegiornale
le notizie sul contratto dei metalmeccanici, "undici milioni di tute blu
scendono in piazza", adesso, non si sa quanti siamo, un milione e sette, uno
e otto? Il sindaco Chiamparino sa di chi è la colpa: quelli che pensano alla
modernità come a una sostituzione, l'immateriale, l'effimero al posto del
manifatturiero, mentre invece è moderno chi gestisce la complessità, la fine
di una cosa con l'inizio dell'altra, sopravvivenze importanti e novità
salutari. "Chiampa" dice che lui non potrebbe dimenticare gli operai, la sua
famiglia viene dalla fabbrica, il figlio di suo fratello ha la stessa età e
fa il lavoro dei ragazzi della Thyssen, però è vero che si lamenta perché i
riformisti non usano più quella parola, operaio. E tuttavia non si può
tornare agli anni Settanta. E la città non è indifferente, non si può
misurare il funerale operaio col metro del funerale dell'Avvocato, in quel
caso la partecipazione era anche un modo di dire "io c'ero", mentre qui
voleva dire "voi ci siete". E poi, pensiamo sempre a Mirafiori, dove
cresceva l'erba sull'asfalto, tutto era abbandonato, e tutto è rinato. Il
sindaco ha aiutato Marchionne, l'amministratore delegato Fiat ha aiutato
Chiamparino. I due si vedono qualche sera per giocare a scopa col
vicesindaco e un ufficiale dei carabinieri, ma in pubblico si danno del voi,
perché questa è Torino. Anche se Marchionne voleva strappare, e andare al
funerale operaio della Thyssen. Poi si è fermato, dice, per paura che la sua
presenza diventasse una specie di comizio silenzioso. Ha radunato i suoi e
ha detto: che non capiti mai qui. Un incidente può sempre scoppiare, ma non
per incuria verso la tua gente e il suo lavoro. Mai, mettetemelo per
scritto. Solo in Italia, spiega ancora Marchionne, operaio diventa una
brutta parola, nel mondo indica quelli che fanno le cose, le producono. E
tuttavia, avverte il professor Marco Revelli, Torino è sempre più Moriana di
Calvino, la città con un volto di marmo e di alabastro e uno di ferro e di
cartone, e una faccia non vede più l'altra. Gli operai della Thyssen, anche
per la loro età, non hanno riti separati, tradizioni private, fanno una vita
perfettamente visibile nella sua normalità. Dopo la fabbrica si incontrano
indifferentemente alla Fiom o al Mc Donald's di via Pianezza, Peter ha la
moglie laureata e vede tutta gente del suo giro, ai funerali hanno messo
musica dei Negramaro, hanno portato anche la maglia di Del Piero. Ma ti
dicono che l'invisibilità sociale li rende deboli, la debolezza e la
solitudine portano a scambiare straordinari per sicurezza, il Paese li
convince di vivere in una geografia immaginaria, dove per dieci anni ha
contato solo la cometa del Nordest, solo l'illusione del lavoro immateriale,
solo il consumatore e non il produttore, e persino la parola lavoro è stata
poco per volta sostituita da altre cose: saperi, competenze,
professionalità. Questa fragilità - culturale? Politica? Sociale? - li
espone. Il cardinal Poletto, che ha fatto l'operaio da ragazzo (il mattino
in officina, il pomeriggio in canonica) ha detto ad ogni funerale cose
semplici ma solide perché autentiche: la città ha reagito ma non basta,
serve un sussulto, la ricerca sacrosanta del profitto non può danneggiare la
sicurezza o addirittura la vita di chi lavora. La sinistra ha detto meno del
cardinale. "Nessuno sa cosa fare davanti a una cosa così. Due compagni di
lavoro carbonizzati, e ancora vivi. Uno ha preso due giacconi, glieli ha
buttati addosso. "Giovanni aiutaci - dicevano - portaci via". Ragazzi, ho
provato a rassicurarli, l'importante è che siate in piedi, io non so se
posso toccarvi, non posso prendervi per mano, ma vi portiamo fuori, vi
facciamo da battistrada. Due passi, e trovo per terra Rosario Rodinò, Angelo
Laurino e Roberto Scola. Statue di cera che si sciolgono, l'olio che frigge,
non c'è più niente, i baffi di Rocco, i capelli di Robi, solo la voce. Mi
accoccolo vicino a Laurino, gli parlo. Si volta: "Dimmi che starai vicino ai
miei". Scola ripete che ha due figli piccoli, "non potete farmi morire".
Rodinò sembra più calmo: "Non pensare a me, io sto meglio, occupati di
loro". Poi, quando ritorno da lui mi chiede: "Come sono in faccia? Cosa
vedi?" Arrivano ipompieri, poco per volta li portano via. Un vigile mi dice
che stanno morendo, ma il fuoco gli ha mangiato le terminazioni nervose, per
questo resistono al dolore. Non so se è vero, non capisco più niente, ho
quei manichini davanti agli occhi. Prendo un pompiere per il bavero, e gli
urlo che Schiavone è ancora a terra da qualche parte, devono salvarlo. Mi
dice che lo hanno portato via e che devo andarmene, perché il fumo sta
divorando anche me. Stacchiamo la tensione a tutta la linea, blocchiamo il
flusso degli acidi, dei gas, dell'elettricità. Tutto si ferma alla
ThyssenKrupp, probabilmente per sempre. Non ho più niente da fare". Al
cimitero hanno messo le sigarette sopra ogni tomba. Un pacchetto di Diana
per Angelo, due sigarette sciolte vicino alla fotografia di Antonio, una
sulla sciarpa di Roberto, le Marlboro per Giuseppe e per Rosario. Subito non
capisco, poi sì. I ragazzi di oggi non comprano più le sigarette, ma i
ragazzi operai sì, le hanno sempre in tasca. Metterle lì, tra i fiori dei
morti, è un modo per riconoscerli, per renderli visibili.

 

 

 

 

 
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