[Antipro] Storia - Continuità del fascismo nelle nostre Istituzioni

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Ven 20 Gen 2012 13:38:52 CET





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Storia - Continuità del fascismo nelle nostre Istituzioni
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La pratica fidelizzatrice di assegnare a vita i ruoli pubblici è alla base di una dittatura. Senza la cortina di ferro creata dagli statali per separare il popolo dal suo stesso potere non si può realizzare alcuna tirannia. Vediamo in proposito cosa ci racconta la storia leggendo con molta calma ed attenzione il seguente testo di Giuseppe Benfenati:




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“Il pubblico impiego” ha assunto in modo definitivo la caratteristica di un ordinamento speciale con le riforme De Stefani (4) del 1923 e con l’attribuzione della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo delle controversie del lavoro pubblico ...

Giolitti, consapevole della crisi che si stava profilando per lo Stato liberale post risorgimentale, introdusse anche in Italia l’ordinamento speciale per allargare l’area sociale dei difensori dello Stato, fidelizzando coloro che n’erano alle dipendenze, per contenere il conflitto sociale provocato dalle condizioni d’operai e braccianti, dalla nascita anche in Italia del movimento socialista e dalla politica fiscale di gravare con imposte indirette, in modo consistente, i generi di prima necessità, per non chiedere all’aristocrazia e alla borghesia di pagare gli oneri di una politica d’espansione coloniale, mantenendo comunque in pareggio il bilancio statale. Solo dieci anni prima, nel maggio del 1898, il generale Bava-Beccaris aveva represso a cannonate la protesta popolare a Milano (6) e due anni dopo, il 29 luglio 1900, Umberto I era ucciso dall’anarchico Bresci. 
 
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La riforma De Stefani del 1923 e l’attribuzione esclusiva al giudice amministrativo delle controversie del lavoro pubblico (regi decreti n. 1054 e 1058 del 1924), non a caso nate dalla crisi totale dello Stato liberale dovuta all’incapacità della vecchia classe dirigente monarchica di gestire le convulsioni sociali della smobilitazione dell’esercito e le difficoltà causate dal trattato di pace (8), gettano le radici dell’ordinamento speciale, rafforzandolo in senso gerarchico. Ordinamento che ha al centro un rapporto non contrattuale caratterizzato dalla supremazia della amministrazione, che fissa le regole con atti d’autorità, ma anche da un forte corredo di garanzie individuali (9), totalmente assenti nel rapporto di lavoro di diritto comune dell’epoca, affidate al potere normativo del Governo e “dunque tali da legare la sorte del potere burocratico alla benevolenza del potere politico. Il fascismo non ebbe bisogno di epurazioni per garantirsi la fedeltà delle burocrazie dello Stato liberale, ed il modello del pubblico impiego venne esteso entusiasticamente agli enti pubblici creati dal regime.”(10) Oltre che ai dirigenti, impiegati e salariati di qualsiasi pubblica amministrazione.

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Il fascismo, quindi, dilata l’ordinamento speciale fino a farci rientrare tutte le amministrazioni pubbliche e tutti gli enti di nuova istituzione, senza modificarne le caratteristiche ed i contenuti. Dal Direttore generale al cantoniere stradale, al macchinista, al manovale, dal postino della Barbagia all’ingegnere capo del genio civile e del comune, dal professore universitario alla puericultrice dell’OMNI tutti, dopo un periodo di prova di almeno due anni, giurano fedeltà al RE, poi al RE Imperatore ed al Duce, infine alla Costituzione ed alle sue leggi.

Dal 1923 per i sessanta anni che seguono non c’è stato che la conservazione dell’esistente. Anche l’avvento della Costituzione repubblicana, che eleva il lavoro a fondamento della Repubblica e che lo tutela attraverso un ampio riconoscimento di molti diritti di rango costituzionale, non riesce a scalfire l’ordinamento speciale del pubblico impiego perché il giudice amministrativo lo colloca sotto lo scudo della riserva di legge in materia di organizzazione degli uffici pubblici, sancita dall’art. 97 della Costituzione.

Difesi da questo scudo i “caratteri essenziali dell’ordinamento speciale del lavoro pubblico – quella miscela di autoritarismo e garantismo paternalista che la giurisdizione esclusiva del Consiglio di Stato aveva frattanto elevato a dignità di sistema – si sono conservati intatti nel passaggio dal fascismo all’ordinamento repubblicano." (11)

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Il testo completo è disponibile qui:
www.istitutodegasperi-emilia-romagna.it/pdf/benfenati.pdf


Ora pensate a quanti comunicati circolano con titoli di questo tenore:

"La democrazia in declino"
"Difendiamo la democrazia"
"Giù le mani dalla democrazia"
"La fine della democrazia"

Ebbene: prendiamo finalmente coscienza che a tutt'oggi non abbiamo ancora vissuto una condizione di vera democrazia.

Karl Popper diceva che l'essenza della democrazia consiste in null'altro che la possibilità di cambiare chi ci governa. Essendo un professore, non la raccontava però tutta. Popper avrebbe infatti dovuto dirci che una democrazia consiste nella possibilità di cambiare, sì, chi ci governa ma anche chi ci informa, chi ci educa, chi ci forma, chi ci cura, chi ci misura con le statistiche, chi ci tassa, chi ci controlla, chi ci scheda, chi ci giudica, chi ci imprigiona, etc. etc. etc.


Non tenete dunque gli occhi puntati solo sui politici, i quali, il più delle volte, non sono che marionette, ma anche e soprattutto sui poteri della Funzione Pubblica posseduti, ad onta e disprezzo del nostro dichiarato status democratico, da sempre gli stessi tizi per tutta la durata della loro dispotica vita. E quando leggete di questi comunicati:

"La democrazia in declino"
"Giù le mani dalla democrazia"
"Difendiamo la democrazia"
"La fine della democrazia"

accorgetevi della collusione di chi li scrive col losco sistema vigente. Sono infatti ben quindici anni ch'io stesso li sto informando su come stanno le cose e se tuttora spacciano questo schifo per democrazia vuol dire che sono dei veri e propri grandissimi stronzi, parte integrante del problema, non della soluzione.


Danilo D'Antonio

http://www.hyperlinker.com/ars/sant_innovazio.htm

































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